Dalla massificazione della società alla massificazione di Internet, perché rischiamo di ripetere errori già commessi un secolo fa.

La massificazione di internet in Italia, in particolar modo dei social network, è un processo iniziato da almeno cinque anni e che sembra inarrestabile.
Con l’ingresso in politica di Grillo nel 2009, chiunque utilizzasse già i social ha potuto notare un notevole innalzamento dell’età media degli utenti. Iniziarono ad iscriversi i genitori, poi gli zii, in qualche caso anche i nonni.
Fasce d’età che gli utenti, fino a quel momento, non erano abituati a frequentare virtualmente.
La massificazione di un popolo non abituato ad un determinato contesto sociale non è cosa nuova nella storia del mondo.
Quando alla fine del 1800 la Belle Époque  si avviava verso la sua conclusione per far spazio alla società di massa, Gabriel Tarde scriveva che “questa trasformazione di tutti i gruppi in pubblici si spiega con il bisogno crescente di socievolezza, che rende necessaria la comunicazione regolare tra gli associati attraverso una corrente continua di informazioni e di stimoli comuni. E’ dunque inevitabile. Quello che importa è studiare le conseguenze che ha o che avrà, verosimilmente, sui destini dei gruppi così trasformati, vale a dire sulla loro durata, solidità, potenza, sulle loro lotte o alleanze.

Oggi non c’è maggiore socievolezza che nei social network, dove le inibizioni della vita reale vengono meno ed è molto più facile “rompere il ghiaccio”, e non possiamo trovare comunicazione più regolare di quella costante e quotidiana offerta dai social network.

Le  conseguenze che quelle spinte ebbero sui gruppi all’epoca non sono di poco conto. Nonostante il massacro della Grande Guerra, la vera massificazione avvenne in seguito, negli anni ’20. Così incontrollata e prepotente che le masse di persone, legate tra loro oggi per un motivo e domani per un altro, compievano atti singolari in risposta ad eventi abituali come la morte. Si pensi per esempio al numero di suicidi alla notizia della morte di Rodolfo Valentino e alla follie commesse dalla folla durante i funerali dello stesso. Milioni di persone scendevano in piazza per acclamare i propri eroi, che fossero aviatori che oltrepassavano gli oceani o divi del cinema.
Quando poi le condizioni economiche peggiorarono, quando le condizioni di politica internazionale si fecero più complicate, quell’energia popolare si incanalò verso la rabbia che, sapientemente sfruttata, fu trasformata in regimi autoritari o totalitari che tutti conosciamo in Russia, poi in Italia, in Spagna, in Germania. Ovvero in quei paesi dove la politica non riusciva a dare risposte efficaci e soddisfacenti al popolo. Lenin non si è inventato il socialismo, Mussolini non ha fondato il fascismo dal nulla, così come Hitler ha dovuto semplicemente utilizzare i sentimenti della massa per dare il via al nazionalsocialismo.

Ad oggi, sui social network, si sta creando quel fervore popolare che ancora nessuno è riuscito a sfruttare ma che esiste, seppur in fase di incubazione, pronto ad esplodere. E non studiarne le possibili conseguenze non sarebbe altro che ripetere un errore di cui Tarde ci avvisò 113 anni fa.

E, in fondo, non vi è grande differenza tra la succitata follia al funerale di Rodolfo Valentino e il gruppo di animalisti che – dopo aver invaso l’internet italiano – di venerdì pomeriggio decide di bloccare via Cristoforo Colombo, a Roma (chi è stato a Roma può capire cosa voglia dire il venerdì pomeriggio per il traffico della capitale), per protestare contro la morte accidentale di un’orsa. Con la differenza che ad oggi gran parte della gente limita le proprie proteste al solo mondo virtuale. Quella folla che un tempo riempiva le piazze per il solo atterraggio di Charles Lindbergh dopo aver trasvolato l’Atlantico in solitaria oggi riempie di giubilo le piazze virtuali per il ritorno di Massimiliano Latorre dall’India.

Non si saprà, non si immaginerà mai fino a che punto il giornale abbia trasformato, arricchito ed insieme livellato, unificato nello spazio e diversificato nel tempo le conversazioni degli individui, anche di quelli che non leggono i giornali ma che, discorrendo con altri che li leggono, sono costretti a ricalcare pensieri non propri. Basta una penna per mettere in moto milioni di lingue.”

Se l’informazione “ufficiale” (di regime, direbbe il popolo della rete) è in mano a pochi, al contempo tutti possono creare un sito d’informazione autonoma/indipendente, o una pagina Facebook, o un account Twitter con questo scopo. Oggi, con modalità user-friendly e a costo zero, chiunque può decidere di far diventare una propria idea il baluardo di un gruppo di persone, che la ripetono regolarmente, che non si parlano più di altro, che si auto-convincono di concetti senza nessun fondamento.
Ad oggi abbiamo più facilità a ricevere like parlando di uomini-rettili e metodi di cura alternativa piuttosto che di politica e riforme nella loro accezione reale.

Beppe grillo Letta Rettiliano

E l’uguaglianza politico=rettile vale più o meno per tutti i membri della casta.

Boldrini rettiliana

Il fatto che entrambe le foto siano prese dalla pagina di Grillo è completamente casuale come vedremo nel prossimo post riguardo i rettiliani della casata reale inglese.
La pagina di Grillo ha solamente la colpa di essere un’alcova di populismo dell’internet, in cui Rettiliani e NWO altro non sono che la nuova versione dei Savi di Sion.

La differenza tra la continua e infamante campagna contro la cosiddetta “stampa di regime” che, per quanto scadente possa essere il livello in Italia cerca quantomeno di tenersi dentro dei canoni giornalistici, e i divieti d’acquisto dei giornali successivi alla notte dei cristalli del 1938 sta solamente nel fatto che nessuno è ancora riuscito a incanalare la rabbia del cittadino verso i propri scopi.

Ci ha provato Grillo, ma il “popolo della rete” ha dimostrato più volte di non essere affascinato da qualcuno che tenta di cambiare il sistema dall’interno.

Del resto, che i regimi degli anni ’20/’30 nacquero su delle forti basi popolari, su una politica lasciva e menefreghista, non è una novità. Che ad oggi la scena politica continui a guardare di buon occhio questa distrazione di massa su temi senza fondamenti logici e reali non sembra essere più un segreto. Mentre la massa rifiuta il sostegno alle guerre “reali”, ne invoca altre di sua invenzione fantapolitica, come quella all’India nell’ormai inarrestabile fermento relativo ai Marò o “ai potenti che ci avvelenano ogni giorno con le scie chimiche”.

I giornali, soprattutto nelle loro edizioni online, specialmente nelle loro anteprime sui social, non sembrano interessati a far cambiare il modo di pensare e di riflettere ai lettori, ma anzi sfruttano questi movimenti popolari in una continua escalation di click bait che portano un quotidiano ad essere molto più simile ad una macchinetta per il video-poker piuttosto che un mezzo di informazione.

Pensate a Il Messaggero che per giorni ha continuato a linkare sui social la notizia di un giovane ucciso a Villa De Sanctis, anche quando era stato appurato che il ragazzo avesse 52 anni a poche ore dall’omicidio.

il messaggero omicidio gordiani

I rischi, in una situazione del genere, sono altissimi.
Lasciamo stare per un attimo l’allarmismo politico, che ce ne è già molto in giro.
I risvolti sociali di un popolo che rifiuta la cultura, la medicina e l’informazione “ufficiale”, e qualsiasi altro ambito si poggi su di un fondamento scientifico, possono portare conseguenze devastanti soprattutto per quelle generazioni di nascituri che non avranno possibilità di scelta e per quei giovani che oggi hanno come modello una folla di immigrati digitali che hanno smesso di ragionare sulle cose, e che danno più peso alle alternative trovate su internet piuttosto che a decenni di studi di cervelli pensanti sommati ad esperimenti empirici.

Il genio è un re che ha creato il suo popolo“, diceva sempre Tarde. Il popolo è pronto, è unito (seppur su temi che alla politica ufficiale non interessano, poiché spesso nemmeno esistono), è già stato formato dalla rete. Ma per fortuna all’orizzonte non si vedono né re, né tanto meno geni.
Per ora.

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Account anonimi che cercano di vendere like finti ad utenti fake per promuovere libri inesistenti.

Esistono storie che non esistono, diceva qualche anno fa Maccio Capatonda.

Questa storia invece esiste, ma tutti i suoi elementi sono fittizi.

Qualche tempo avevo creato una pagina che annunciava l’uscita del libro di Lucio Zuffianò – il fake fascista ex-ultras della Lazio – “Essere laziali oggi“. Nella pagina c’è anche un estratto del libro che racconta di quando Lucio andò allo stadio il 14 maggio 2000, e il racconto di come visse lo scudetto laziale.
Un’esperienza non vissuta. Completamente inventata.

Dopo aver creato la pagina ho invitato tutti gli amici degli altri miei fake, compresi quelli di Marika.

Uno di questi, un account che promuove eventi in discoteca (ma come!? non era impossibile questo? Facebook non era una comunità di persone reali per cui Tranelli non poteva avere un nome falso, e Asterisco Correttivo non poteva esistere?!) contatta direttamente la pagina attraverso un messaggio privato proponendo di accrescere in 24 ore il numero dei “mi piace” per far apparire la pagina più allettante.

Dell’esistenza dei like finti ne ero a conoscenza da tempo, ma mai mi era capitato che mi venissero proposti da un sedicente ufficio di Comunicazione e Marketing di una organizzazione di eventi.

Per chi avesse poca voglia di leggere tutto, proponeva di farmi avere dai 1000 ai 2000 like a cifre tra i 20 e i 25 euro, riempiendo la proposta di retorica sull’importanza dell’apparenza.

Roma discoteche 1

La mia risposta era dovuta al fatto che sapevo per certo che fosse possibile comprare 5000 like finti a 5$, cioè più del doppio a meno di un quinto del prezzo.

Giunto a questo punto lo contatto in contemporanea con Marika, chiedendo se quei like erano veri, perché con l’amico Lucio – gestore della pagina da lui contattata – stava nascendo un acceso dibattito se valesse o meno la pena spendere questi soldi. Gli chiedo, prima di tutto, se i like sono “veri”, cioè di utenti che una volta iscritti parteciperanno attivamente alla pagina, o almeno se vedano in homepage i post di Essere Laziali Oggi.

Roma discoteche Marika 1

Adesso loro, che hanno un ufficio di comunicazione e marketing a Roma, mi spiegano perché dovremmo dargli questi 25 euro per un servizio che non gli abbiamo chiesto e che, pur volendo, lo troveremmo a prezzi modici.

Roma discoteche Marika 2

Non truccano niente, danno la possibilità anche a chi ha meno possibilità.
Costando cinque volte l’offerta del mercato di internet.
Tralasciando che probabilmente gli unici che pompano le proprie pagine in questa maniera sono quelli che ne hanno le possibilità economiche, per cui si viene a creare solamente più divario tra l’iniziativa spontanea di un singolo e qualcuno che ha dietro una struttura comunicativa specifica.
Prendete un’artista italiano di vecchia data che come apre la sua pagina raggiunge subito migliaia di like anche se la sua fan-base è fatta di persone che non sanno neanche accendere un computer.
Per Discoteche Roma, inoltre, non c’entra la qualità del prodotto. E probabilmente in questo modo perderà definitivamente importanza.
E’ la società dell’apparenza.
E i p.r. romani, gli organizzatori di eventi, questi personaggi che ruotano attorno al mondo della vita notturna della capitale ne sono il manifesto culturale vivente.

Riflessioni personali a parte, visto che lui offre una vetrina migliore e più accattivante, con 2000 like, perché non dovrei acquistare la più economica vetrina da 5000?

Roma discoteche 2

Dopo questi messaggi non più ricevuto alcuna risposta.

Mi chiedo però perché prima mi dice di non essersi mai imbattuto in una offerta da 5000, per poi dire successivamente che Fiverr lo conosce bene, e inizia a insinuare presunti problemi che questo creerebbe, senza giustificare tali affermazioni.
Mi voglia scusare il dottor Discoteche Roma, ma con le insinuazioni non convinci il cliente che la tua offerta sia migliore. Se proponi il quintuplo del prezzo devi avere delle motivazioni incrollabili.
Soprattutto, quali problemi dovrebbero o potrebbero dare dei like finti?
Sono comunque lo stesso prodotto che mi stai offrendo tu.
Penso sia molto difficile che possa assicurarmi la solidità dei tuoi like finti rispetto a quelli di Fiverr.

Anche quella frase sui soli 15 fan della pagina non è molto gentile, nei confronti di un cliente.
Se anche stessi cercando di abbassare il prezzo, non è il modo migliore per iniziare una contrattazione.
Rappresenti un ufficio di marketing e non riesci neanche a mettere sul piatto qualcosa di più che l’affidabilità di una pratica illegale?
Non mi sembra un atteggiamento molto professionale.

Quindi, se state mettendo su un’agenzia di marketing e comunicazione assicuratevi del fatto che chi vi rappresenta sia capace ad intrattenere rapporti con pubblico e potenziali clienti.
E se venite abbordati per comprare like finti su Facebook, cercate di capire quali siano i reali prezzi di mercato, prima di accettare le offerte (per quanto accattivanti possano risultare).

Se vi dicono che sono i più convenienti in Italia, state tranquilli e cercate all’estero. L’importazione online è gratuita, e dista solo un click.

Ah, i like presi su Fiverr – non vi dirò mai la pagina in cui sono stati utilizzati – funzionano alla grande.

L’importanza di chiamarsi Ernesto, Tranelli, Asterisco Correttivo o chi per loro.

Poco tempo fa avevo scritto dell’assurdo cambiamento delle segnalazioni per cui si poteva segnalare un contenuto che riteniamo sciocco e tenta di essere divertente in modo eccessivo.
Non era l’unica funzione di segnalazione ad essere stata cambiata, e per Tranelli se ne iniziano a vedere gli effetti.
Dopo quasi due anni sulla cresta dell’onda (e un solo ban definitivo) il profilo “Tranelli Harlock” è stato obbligato a cambiare nome perché quello non era un nome reale – pena l’impossibilità di utilizzare il social network –  diventando quindi Carlo Tranelli.
Tranelli era un profilo che aveva abbandonato ogni tipo di attività pubblica per questioni affettive e la scarsa voglia di un ennesimo ban. Purtroppo ieri, leggendo certi commenti al Corriere della Sera, è stato impossibile farlo tacere.

Corriere della Sera Giovanni Gallo

Ora il commento di questo Giovanni Gallo è oscurato solamente per Tranelli, dagli altri profili posso vederlo tranquillamente. Quindi so da dove proviene la segnalazione. (Qualora voleste, potete leggervi tutti i commenti direttamente dal vostro Facebook cliccando sul link).
Si torna al solito discorso: puoi confrontarti con una marmaglia di persone che fanno discorsi sconclusionati e mortificanti in cui dicono che i quotidiani nazionali non devono parlare di intoppi legislativi legati al vecchio regime  (come non fosse già assurdo che ce ne siano ancora di sopravvissuti) – nonostante l’articolo spieghi di come questo crei problemi di lavoro per molti ingegneri, in un momento in cui il lavoro è difficile da trovare per tutti – e averne la peggio perché loro sono in tanti e non avendo più argomentazioni, finiti gli insulti, passano alla segnalazione. E’ vero che inizialmente Tranelli prendeva semplicemente in giro Gallo, con immagini volutamente provocatorie come questa riportata qui sotto, ma è anche vero che è difficile sopportare che certa gente insinui che gli altri sono stupidi traendo conclusioni completamente sballate. L’articolo non voleva dire che quella legge fosse il problema dell’Italia, nessuno nei commenti lo stava dicendo, e quello del signor Gallo altro non era che vittimismo aggressivo.
Gallo 2

(la discussione continua per decine di commenti simili da parte di Gallo & friends, mentre le prese in giro vengono messe da parte e si passa a risposte più serie).
Il caro Gallo sfrutta l’onda del fascismo online che tanto va di moda in Italia, e prende una trentina di like a commento, che probabilmente sono anche gli stessi utenti che hanno segnalato Tranelli.
La querelle finisce che Tranelli Harlock non può più esistere mentre queste persone continueranno a fare propaganda antidemocratica liberamente.
E in fondo non c’è nulla di più antidemocratico che chiedere ad una persona di non utilizzare il nome che si è scelto.

E questo discorso non riguarda tanto me, che ho diversi profili utilizzati in maniera provocatoria e per forza di cose incappo in tutto ciò, penso a tutti gli altri amici di Facebook che non vogliono cedere un pezzo della loro individualità e della loro privacy ad un social network – e possono avere milioni di motivi per farlo – e che allo stesso tempo vogliono continuare a utilizzarlo positivamente come tutti gli utenti che hanno nome e cognome.
“Facebook è una comunità di persone reali”, viene detto a chi è stato segnalato per non utilizzare il proprio nome.
Se dovessi scegliere dieci utenti che spiegano al prossimo perché i loro commenti sono beceri e inaccettabili, probabilmente più della metà risulterebbe non essere iscritta con i loro reali dati.

Essendo Facebook “una comunità fatta di persone reali”, ancora meno poteva durare un profilo come Asterisco Correttivo, divertentissimo da usare ma allo stesso tempo esposto alle segnalazioni di tutti quegli italiani che “non sono io che sono un analfabeta illetterato, è colpa dell’iphone!“.

Ad Asterisco Correttivo è stato chiesto un documento d’identità, pena la rimozione dal social network.

account bloccato

Pur possedendone uno, voi dareste il vostro documento di identità a Facebook? 

Essendo tanto prevedibile il ban di Asterisco ho fatto screenshot di tutto, ve ne lascio un paio sperando vi possiate fare due risate prima delle conclusioni.

Costantino Perrucci Corriere della sera

Dispiace che il signor Costantino si roda a tal punto, ma io perchè non dovrei trollare uno che parla in questo modo di persone portatrici di handicap pubblicamente?

Franz Lombardi il Messaggero

Lui sinceramente non ho capito bene cosa intendesse.
Chi è interessato ad altri episodi di Asterisco, basta chiedere. Ora cerchiamo di arrivare ad una conclusione.

Si può accettare la buona intenzione che Facebook sia una comunità di persone reali e che si cerchi di arginare profili che non rispecchino una reale persona, ma questo non vuol dire la sua vera identità. Se non voglio essere trovato dal mio prozio in Nicaragua devo essere libero di utilizzare un nickname e non il nome per esteso. Tranelli non rispecchiava una persona reale? Pur tralasciando il presupposto che i miei amici mi chiamano così, ed in quel nome io mi riconosco, basta dire che nell’immagine del profilo, così come in quella di copertina, che sono pubbliche, si può trovare l’indirizzo di questo blog, in cui c’è scritto chi sono, c’è la mia tesi di laurea in cui c’è scritto nome e cognome, dove ho studiato, quali altri profili sono miei e molto altro. Non c’era nessuna identità nascosta o velata, semplicemente il desiderio di avere un profilo dove non tutti potessero trovarmi.

Per quel che riguarda la chiusura di Asterisco Correttivo e la relativa richiesta di documenti: può anche starmi bene. Ma non sono persone reali neanche tante aziende, pub, agenzie di viaggi, associazioni culturali che hanno il proprio profilo privato e non solamente una pagina pubblica. Le chiudiamo tutte? o loro hanno i documenti? 
Incredibilmente se cerchiamo “Facebook” su Facebook e selezioniamo solo “persone”, escono fuori profili (ovviamente non ufficiali) di Facebook.

Che fate, chiudete?

Fare una mass action da soli (e spuntarla anche).

Una mass-action, in sociologia, si riferisce a quelle situazioni in cui una moltitudine di cittadini si comportano in maniera simile, ma senza un coordinamento superiore, semplicemente per scelta individuale.

L’esempio riportato da Wikipedia è quello di Weber, secondo cui il capitalismo è nato quando l’etica protestante ha influenzato un gran numero di persone spingendole ad aprirsi le proprie imprese, allacciare commerci e ricercare benessere e ricchezza attraverso questi.

L’azione di massa come movimento spontaneo che produce effetti sociali.

Nel mondo completamente artefatto di internet, con un po’ di pazienza, è facile mettere su una mass action da soli.
Si, lo so che è una contraddizioni in termini, ma quando si dispone di molteplici profili la contraddizione svanisce.

Vediamo un esempio di class action contro una grossa azienda multinazionale.

 

Vi ricordate la brutta storia del bambino morto soffocato mentre mangiava un hot-dog da Ikea, lo scorso marzo?
Il bimbo è morto dopo 5 giorni che era stato ricoverato in ospedale. Si parlava di soccorsi arrivati in ritardo che avrebbero probabilmente salvato la vita al bambino.

Il giorno dopo la notizia della morte del bambino andai sulla pagina Facebook di Ikea Italia per vedere cosa scriveva un’azienda così grande in una situazione tanto drammatica

La risposta fu semplice e diretta: 5 buoni motivi per riordinare l’armadio.

ikea armadio

Non c’erano altri post. Così ho pensato fosse il momento per un po’ di legittimo trolling nei confronti di chi, di fronte ad una tragedia, aveva saputo solamente esprimere vicinanza alla famiglia subito dopo l’incidente, scrollandosi però di dosso tutte le responsabilità del caso. (Chi mi conosce sa benissimo che l’ho fatto per semplice curiosità, che a differenza della sensibilità abbonda, ma ogni tanto proviamo a fare i professionali).

Via libera ai commenti: costruiamo una pantomima in cui si accusa di disumanità Ikea. Ovviamente Brunelli, Tranelli, Marika e Lucio sono la stessa persona, gli altri, quelli che non hanno scritto niente accanto, sono amici che appoggiano l’idea o semplicemente prestano il profilo.

 ikea commenti 1

La signora Franchini ha avuto veramente esperienze simili al proprio paese o è un profilo creato dai gestori della pagina di Ikea per mettere una toppa a queste situazioni? Francesco Leone prende parte al trolling generale o vuole veramente un comunicato di Ikea per la morte del bambino? questa completa incertezza dell’internet non ci ha permesso di scoprirlo, sarebbe servito tempo e studio dei profili, soprattutto per la signora Franchini che alle 21 difendeva una multinazionale svedese. E’ tutto talmente costruito che a volte i pezzi del puzzle sono difficile da mettersi insieme.
Comunque, solamente due ore dopo il primo commento di Marika arriva il comunicato di Ikea.

Ikea comunicato

Non è che abbiamo vinto il 90% delle azioni di Ikea, ma è comunque un risultato rispetto al completo distaccamento dalla storia che avevano voluto tenere fino a quel momento.
Ed era un’azione improvvisata e non studiata strategicamente, ma a suo modo efficace.

Sicuramente quello che non si aspettava Ikea Italia era che la sua pagina Facebook venisse presa di punta da un centinaio di commenti in due ore in cui diverse persone gli davano addosso. Sicuramente Ikea Italia non è giunta alla conclusione che la cosa fosse concordata.
All’epoca tutti i profili fake non erano amici tra loro (lo sono diventati in seguito per altre esigenze).

In questo caso abbiamo utilizzato un trolling massivo per spingere una multinazionale a fare un comunicato sulla morte di un bambino. Ma pensate a quante altre cose, sia positive che negative, potrebbe essere capace di compiere un semplice utente, gestendo centinaia di fake che litigano, discutono o semplicemente invocano qualcosa. E pensate se questo avvenisse sulle pagine di quotidiani o di politici, come verrebbero ripresi dalle altre pagine Facebook e poi fatti passare per “il parere della rete”.

Per questo le aziende che vogliono sfruttare il marketing su Facebook saranno presto obbligate ad assumere dei troll-hunter per evitare situazioni sgradevoli, ma anche dei troll stessi che spostino il punto della discussione: immaginate se Ikea avesse potuto usufruire di 50 utenti che postavano commenti come quelli della signora Franchini. I commenti di una decina di persone come noi, nonostante la vena sarcastica e la poca voglia di mollare l’osso sull’argomento, si sarebbero diluiti come lacrime nella pioggia. La discussione probabilmente sarebbe degenerata nella solita rissa virtuale al quale gli utenti italiani di Facebook sono più che abituati.

Se pensate che una rissa virtuale non sia la soluzione migliore, immaginate sempre 50 profili falsi gestiti dall’amministratore della pagina che continuano a parlare di ante e cassettoni e invitano queste 7-8 persone a smetterla di interessarsi della morte di un ragazzino che in quel contesto non è pertinente.
In fondo è una simpatica allegoria di come ho sempre visto la scena politica italiana e il conseguente dibattito politico tra i cittadini.

Tipo quei mesi infiniti in cui si parlava solo di intercettazioni telefoniche mentre nel mondo reale succedeva di tutto, ma sembrava che intercettare un politico o non farlo fosse una priorità nella vita di ogni singolo cittadino.

Un ultima riflessione: se leggete direttamente il link della discussione, vi potrete trovare commenti come questi:

ikea commenti spam

Purtroppo non sono riuscito a salvarli prima che venissero cancellati, neanche quando salvai l’html della pagina a suo tempo, ma qualcuno tipo Lacianfrusaglieria riesce a fare spamming dei propri prodotti durante la discussione sulla morte di un bambino.

Sembrerebbe che più di un moderatore ci sia bisogno di un esercito privato per sopravvivere nel mondo di internet.

Socrate, il re dei troll

Il nuovo mondo di Galatea

Lo dice anche Platone, e se lo ammette lui, che era il suo allievo prediletto e fedelissimo, c’è da credergli. Socrate era un mostro. Brutto di una bruttezza brutta che, ad incrociarlo per strada, faceva spavento. Grasso, basso, calvo, tarosso, con il ventre prominente, le gambette tozze ed arcuate: un nano da giardino obeso, un Babbo Natale mal riassunto, insomma, un vero insulto per una civiltà che ha prodotto i Bronzi di Riace e teorizzato proprio in quegli anni che il bello fosse il buono. Peggio di così ha fatto solo Hitler, che propugnava la bellezza della razza ariana e poi era un tappo gracilino dai ridicoli baffetti nerastri.

E passi la bruttezza: quello che ti colpiva in lui è che, oltre che brutto, Socrate era soprattutto un ossessionante scassamaroni. Te lo vedevi lì, seduto ad uno degli angoli dell’agorà, pacioso e apparentemente tranquillo come i tanti perdigiorno che passavano…

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