Il cyberbullo non è un troll: la triste storia del signor K.

Quella che vi sto per raccontare è una storia molto triste, e ha bisogno di un piccolo preambolo. Ho sempre sostenuto che non bisognasse cancellare i nomi riportati negli screenshot presi su gruppi e pagine pubbliche, ma a differenza delle altre volte la storia sarà raccontata in maniera totalmente anonima. Qualcuno si è preso la briga di denunciare per diffamazione il protagonista della storia, che a sua volta ha prima minacciato querele, per poi passare alle minacce di morte. Proprio per questo stavolta saranno anonimi anche gli altri attori, tranne i miei personaggi. K, il protagonista di questa storia, è greco (o almeno dice di esserlo). K dice di essere professore e ricercatore all’università di Trieste, nel distaccamento di Gorizia. K utilizza utilizza queste argomentazioni per avere ragione del suo prossimo, per insultare, per sentirsi superiore. Incontro K un giorno di dicembre, in un gruppo che denuncia le malefatte dei politici italiani. Sta commentando una bufala. F, un ricercatore universitario, viste le sue risposte aggressive e saccenti, chiede a K dove insegni… K1 K sembra non avere le capacità grammaticali per essere un professore universitario, ma è straniero, e la sua assenza dai siti istituzionali può avere molte ragioni. K, infastidito dalle domande di F, inizia a proporre quesiti di fisica per dimostrare la sua superiorità culturale che attesterebbe – secondo lui – il suo essere professore universitario. K2 Arrivo sul thread attratto dal gran numero di commenti ad un link preso da Informazione.it, pagina di bufale di Ermes Maiolica, disinformatore di livello nazionale – specialmente dopo esser stato intervistato da Le Iene a causa della bufala su Teo Mammucari cocainomane.  Inoltre Maiolica ha la propensione a mettere la sua faccia più o meno ovunque, e all’epoca pensavo che dopo l’intervista su una TV nazionale fosse più difficile che l’utente medio cadesse nelle sue trappole. Invece… K3 Inizialmente penso che K sia un troll. Bello scherzo. Divertente. Poi inizio a indagare un po’ su di lui, al di fuori di Facebook. K ha un sito internet in cui dice di fare attività di import/export – ma sembra un sito di facciata, un contenitore di scatole vuote, e sul suo account Twitter – che utilizza per pubblicizzare le sue ripetizioni – racconta di come i bambini sono migliorati con lui, più altre stranezze varie. Su Linkedin K si occupa di import/export di materiali rari. K4Avete presente il profilo Twitter di un professore universitario? nulla di più diverso da questa roba. Inquietato e incuriosito decido di provocarlo un po’. E’ da tempo che sostengo che la provocazione svela la vera natura – e i veri interessi, soprattutto – degli utenti. K5 I deliri di K a questo punto arrivano ai massimi livelli. Intanto F scrive all’università di Trieste, ricevendo la conferma che questo signor K non ha mai lavorato per loro, né lo hanno mai sentito nominare. Io continuo a provocarlo, ad osservarlo negli altri gruppi. Più riesco a trovare informazioni su di lui, più K si scalda. In particolare dopo queste due infografiche che ho usato come commento a tutti i post che K lasciava in giro per i gruppi pubblici di Facebook (i gruppi pubblici sono disponibili sul suo profilo, è bastato entrare e scrivere il nome nella barra di ricerca per sapere dove e cosa stesse postando):

k6 k7png Una persona sulla quale è impossibile avere notizie certe, razzista, omofobo nei commenti ma in una coppia di fatto sulle relazioni, che organizza matrimoni gay e vende sextoys online, che si dice Accademico e allo stesso tempo imprenditore, che si vende come professore per ripetizioni private… voi lascereste mai vostro figlio nelle mani di un simile maestro? Io e F decidiamo di avvertire l’admin del gruppo in cui K ha dato via ai suoi deliri. M gli chiede spiegazioni. Ricevendo solo offese in cambio lo banna dal gruppo. Questo scatena l’ira di K, che inizia a spammare le nostre foto in giro, dicendone più o meno di ogni sorta, specialmente su M, che essendo una donna gli appare più vulnerabile. L’accusa continua – tra una minaccia e l’altra – è quella di essere al soldo del PD. Non credo che esistano riferimenti politici più lontani dal PD di quello a cui M è legata. k8 Deliri, follia, seguiti dallo spammare la mia foto ovunque – così come quelle di F e M, ma ogni volta cercando di evitare i gruppi in cui eravamo iscritti. Ha trovato la mia identità sul profilo di Marika, essendo tutto specificato in post pubblici. Del resto io non voglio truffare nessuno. K9 Non so sinceramente su quanti gruppi privati o segreti sia arrivata la mia foto, difficilmente lo scoprirò. Però so quanti gruppi hanno preso le distanze da questo signore, bannandolo. Se avesse potuto dimostrare di essere un accademico – o anche un imprenditore di prodotti di nicchia – invece che un truffatore, probabilmente si sarebbe risparmiato i soldi del taglia-gole. K10 Mi dispiace per il signor Daniele – che non conosco – che si è trovato in mezzo a questa situazione inquietante. Fortunatamente, quando ha capito che le minacce non risultavano credibili, ha diminuito molto il suo posting nei gruppi a cui è iscritto (e che saltuariamente – a distanza di 3 mesi – ancora controllo). Ha smesso di dirsi professore universitario, e mi sembra già un buon passo. Io, F ed M continuiamo ad aspettare che questi fascicoli che ha portato al ministero della difesa (greco?!? italiano?!?) abbiano un qualche effetto, ma siamo tutti sani e salvi. Questa vicenda mi ha dato nuovi spunti e alcune conferme:

  • Continuare a portare il dibattito politico su questo livello di conflitto fa passare i pazzi per dei capipopolo. Agli occhi degli utenti dei gruppi, inizialmente, io e F sembravamo sempre dei debunker pagati dal PD che volevano azzittire un uomo pieno di verità e forza d’animo che lottava per il popolo. E stiamo parlando di uno squilibrato.
  • Aver abbandonato il concetto di moderazione nei commenti è una cosa assolutamente controproducente. Non ci si può aspettare un livello qualitativo della discussione se l’unico filtro è l’amministratore che approva o meno un post, non potendo intervenire nei commenti. Il sistema delle segnalazioni risulta peraltro inadeguato: come scrissi tempo fa FB rischia di cadere nei ban sbagliati, situazioni che andrebbero fermate sul nascere si protraggono per molto tempo. Impensabili che gruppi come quello in cui è iniziata questa vicenda (12.000 membri) siano moderati solamente a livello di OP (inoltre nella gran parte dei gruppi non c’è neanche bisogno dell’approvazione degli admin).
  • Le minacce online sono meno sanzionate delle foto di black humor o di nudo. C’è qualche problema se il signor K è ancora su Fb con questo profilo (ne ha anche un altro attualmente attivo) nonostante decine di segnalazioni a commenti omofobi, sessisti, razzisti, minatori, etc.
  • Casi come questo potrebbero tranquillamente essere risolti se i social network investissero in personale privato che si occupi di controllare questi profili. Scoprire che il signor K era un millantatore è stato un lavoro piuttosto facile. E’ impossibile pensare che il corpo di polizia postale controlli tutto. E sicuramente neanche vogliamo essere osservati dal braccio armato della legge.
  • Se il troll è chi offende e minaccia su internet, chi era il troll in questa storia? Io penso di aver trollato abbondantemente il signor K in quei giorni, con ogni sorta di meme mi venisse in mente. Il tutto nasce da una bufala postata da Ermes Maiolica, definito troll sui media nazionali. Il signor K minacciava e insultava chiunque utilizzando l’aggressività già da prima che gli mettessimo i bastoni tra le ruote. Quando parlate di troll state dicendo tutto e niente. Io lo faccio per il lol, mi sento un giullare, e reputo gli altri due un disinformatore e un cyberbullo. Sono un troll, così mi chiamano. Lo è Maiolica, così lo chiamano. Non lo è il signor K, che come tutti i bulli avrà la sua triste storia alle spalle. Ma il fatto che minacci, insulti e cerchi di truffare gli altri utenti non fa di lui un troll. Non ha proprio mai trollato nessuno.

Avere dei fan oggi – il rischio della fidelizzazione dell’utente.

Qualche tempo fa ho creato il profilo falso di una suora.
E’ un fatto deprecabile, lo so.
Necessario però a capire come – soprattutto in quelle pagine dove tutti gli altri profili erano stati bannati – venissero recepite parole simili scritte da una donna, che è già un fattore discriminante in sé, e per di più una donna di Chiesa.
Poi un giorno, trovata una foto di Gianni Morandi vestito da nazista che rideva sulla tomba di Anna Frank (INTERNETZ!!!!) ho pensato di postarla sulla pagina del suddetto che proprio quel giorno aveva postato una scena di “In ginocchio da te” vestito da militare, in un commento in cui la distanza tra foto linkata e parole scritte doveva essere più netta possibile.

morandi suora

Una foto che avrebbe portato una marea di segnalazioni a qualsiasi altro profilo, probabilmente anche al ban definitivo del profilo. Ma… ehi ragazzi, è una suora a parlare!

suor sofia di nettuno e gianni morandi

E fino a qui tutto bene. Quello che volevo dimostrare era stato dimostrato, anche se in un ambiente virtuale completamente diverso da quelli che mi ero immaginato alla creazione del profilo. Poi all’improvviso è intervenuta una signora con un commento inaspettato

patrizia moraccini suor sofia

La signora Patrizia non è nuova a chi frequenta la pagina di Morandi. Insieme ad altre signore svolge una funzione di moderazione autogestita della pagina del cantante. Queste signore vanno a caccia di commenti fake, di troll, inveendo contro chiunque lasci commenti sgraditi. Spesso però le si può vedere prendere dei granchi, come quando Gianni parla del freddo e un ragazzo risponde con un modo di dire e loro… augurano la morte.

palumbo morandi

Ma la particolarità di queste fan è che spesso si accaniscono – senza fare domande né cercare informazioni maggiori sull’interlocutore – laddove invece Morandi risponde gentilmente e con garbo.

Carla Mantini Morandi

Eppure il profilo della signora Carla non lascia alcun dubbio di genuinità, perché quindi lasciare spazio a commenti da cyberbulle?
Quale meccanismo le porta a difendere ciecamente il loro beniamino? Ma soprattutto, questo atteggiamento sempre violento non rischia di far perdere fan a Gianni Morandi?

Sono andato a informarmi un po’ sullo stalking nei confronti degli uomini, scoprendo che è un fenomeno che ha colpito attori del calibro di Mel Gibson e Alec Baldwin.

A riguardo, un ex profiler dell’FBI, Clint Van Zandt, pare abbia detto “Celebrities today are exposed more, on social media and in an array of media outlets. Every celebrity Facebook and Twitter post removes a layer of safety and gives a stalker more opportunity to feel some connection with a celebrity.

Nello stesso articolo ho trovato la dichiarazione di Benita Roth, professoressa di sociologia presso l’università di Binghamton, New York: “Celebrity media has become so intrusive that celebrities have little privacy any more, making stalkers feel closer to the stars, and reality TV has devalued celebrity, making everyone feel that they are just a step from stardom and all they lack is a camera pointing at them.

Così, per testare le reazioni di queste fan scatenate senza però ledere la persona di ognuno ho scritto un commento a Morandi, chiedendo esplicitamente ma senza taggare nessuno, sapendo che tanto quel commento sarebbe stato monitorato come tutte le altre migliaia di commenti rilasciati ogni giorni sulla pagina artistica italiana probabilmente più seguita al momento. Purtroppo non ho avuto nessuna risposta da Morandi, ma queste reazioni da parte delle sue fan:

Gianni Morandi post mio1

In realtà cosa rodesse non me lo spiego neanche io, visto che le uniche a farsi rodere sono state loro.
La curiosità diventa complotto e/o rodimento per mancate soddisfazioni personali, perché il nostro idolo è perfetto e se qualcuno scrive qualcosa di diverso – e non la solita frase smielata, nostalgica, o in cui scrive che si opera/compie gli anni/gli nasce un figlio – è un invidioso, troll, sabotatore. Come se quando uno scrive che si muore di freddo sta per forza augurando la morte al gestore della pagina. Follia.

Col procedere della conversazione inizio a sentirmi come un nero dentro ad un autobus a Grotte Celoni:
gli altri non mi conoscono, non sanno nulla di me, ma solo per il colore della mia pelle, o perché alcuni miei simili sono troll, allora sono troll pure io.

Gianni Morandi post mio2

Dopo, ovviamente, nessuna risposta.

Il nervosismo delle signore nasce da alcuni fattori fondamentali che sono ricorrenti in rete:

  • L’ignoranza. Sia dei pericoli derivanti dallo stalking ai quali Morandi, per quanto genuino, non è immune. Sia dei termini inglesi specifici. Troll Hunter non è un’offesa, è un mestiere (anzi, mi pagasse a me qualcuno per farlo).
  • Il sospetto. E’ una particolarità tutta nostrana questa di vedere sempre il secondo fine dietro una domanda. La curiosità è un fattore demoniaco. La conoscenza è malvagia. Anzi, più argomenti le tue risposte più c’è qualcosa che stai tramando.
  • Il bisogno di esclusività. Morandi è loro possesso, e chiunque non vuole essere fan di Morandi come si deve se ne può andare verso altri lidi. E questo risulta in tantissimi commenti delle signore dove non si permettono gusti personali che vanno oltre Gianni, ma anzi si risulta deludenti al minimo dissenso.

    gianni morandi stella bianca

  • L’idolatria. La vita virtuale del nostro idolo deve essere studiata a memoria come i versetti del Vangelo

    gianni morandi clippini

Tutti questi fattori sono sempre stati presenti nei fan, ma quando ci si sposta sul mondo virtuale dove i vip cedono inevitabilmente ancora un altro pezzo di privacy, un controllo già stretto da parte dei fan si stringe ancora di più.

E si sfocia persino nel cyberbullismo. L’atteggiamento continuamente e sistematicamente aggressivo nei confronti degli altri utenti è probabilmente la situazione più vicina al cyberbullismo in cui mi sia mai trovato su Facebook(e di pagine pubbliche ne ho analizzate a centinaia). Il cyberbullismo è talmente palese che dopo quella diatriba altre fan di Morandi mi hanno contattato per dirmi che la mia polemica nei confronti di quel gruppetto era più che mai giustificata visto che sono state esautorate dal fan club per motivi futili, come le diverse attenzioni ricevute dal Morandi o normali dissensi tra persone, o di persone che hanno smesso di parlarsi per paura di essere cacciate anche loro dal fanclub. Di queste conversazioni non pubblicherò gli screenshot perché sono private e ho deciso di pubblicare solo ciò che è pubblico e visibile a tutti.

La pubblicità degli ambienti virtuali è un problema che gli immigrati digitali non riescono a mandare giù. E quando ci riescono la trattano come trattano i luoghi pubblici delle città italiane. Una specie di latrina a cielo aperto. Quando impareremo che se una pagina ha un milione di fan non ci possono essere 3-4 capi che decidono le linee di pensiero e comportamento per tutti gli altri e che su un milione di persone incontreremo centinaia di utenti pazzi, esaltati, stravaganti, troll o semplicemente ambigui?! Quando prendete la metropolitana alla mattina vi sentite circondati da persone perfettamente normali e in linea con le vostre abitudini comportamentali? Se sì, beati voi.

Questo atteggiamento tra l’altro non porta nessun beneficio al vip che sfrutta i luoghi pubblici di internet. Pensate al pazzesco rilancio che sta avendo la figura di Magalli dopo essere diventata completamente virale su Facebook dove gli utenti più giovani danno vita a veri e propri botta e risposta a suon di lol sul Giancarlo nazionale. Probabilmente per questi personaggi stare al gioco dei giovani, staccati da logiche di fanclub ormai passate, è l’unico modo per continuare a vivere come artisti nel paese. Soprattutto per chi come Morandi fa un ottimo Facebook, esaltato da tutti e che ha avvicinato tanti giovani al suo profilo per la semplicità con cui affronta la quotidianità unita ad una frequenza incredibile di interazioni affettuose con gli utenti, anche con quelli che cercano di prenderlo in giro.

Affettuosità che stride con l’aggressività delle sue fan-guardiane della pagina.

La fidelizzazione dell’utente resta una delle chiavi per il successo di una pagina pubblica, ma bisogna fare molta attenzione a come viene gestita e soprattutto a chi viene lasciata la libertà di interagire con tutti gli altri come se avessero più diritti degli altri. 
Bisogna sapere che di utenti “strani” se ne trovano, ma allo stesso tempo bisogna avere presente che una grossa frangia di giovani tra i 13 e i 30 anni cercano solamente un po’ di svago in rete, che probabilmente solo attraverso questo divertimento si entra veramente nel cuore degli utenti fino a fidelizzarli e realizzare la parte più difficile, quella di spiccare – per visite e interazioni – in un mare di pagine che col passare del tempo tende all’infinito, e nel quale la concorrenza è spietata.

La passionale fidelizzazione di pochi utenti che pensano di comandare – o di contare più degli altri – può allontanare la massa verso lidi più pacifici, meno pedanti, e in cui si è liberi di esprimersi senza rischiare il linciaggio mediatico per una parola fuori posto o, ancora peggio, mal compresa. 

Perché Facebook continua a cadere nei ban sbagliati?

Roma fa schifo è una delle pagine più chiacchierate del panorama social romano.
Nata come pagina di denuncia del degrado sociale è diventata in poco tempo fulcro di un vero e proprio network di blog e associazioni attive sul territorio.
Negli ultimi due anni ho avuto più di una discussione con gli amministratori della pagina e ho preso un ban (poi revocato in un processo di pulizia degli utenti – con annessa riabilitazione di alcuni – che dimostra una maturità che spesso è difficile riscontrare in pagine di respiro nazionale).
Per quanto si possa non essere d’accordo con parte delle esternazioni di Rfs o delle posizioni da loro prese su alcuni temi sociali, bisogna riconoscergli un grande merito: quello di sollevare quotidianamente delle questioni sulle problematiche della capitale. 
Questioni che sembrano non interessare più ai sindaci di Roma.
E per quanto io di rado mi trovi d’accordo sulle soluzioni da loro proposte, sono veramente contento che ci sia qualcuno così attento riguardo la vita della città, qualcuno che non fa della posizione politica un fortino chiuso in cui si rivolge solo e soltanto ai suoi membri, ma anzi cerca di uscire e portare le tematiche sotto gli occhi di tutti i cittadini.

Che poi la discussione politica e sociale tra romani su Facebook si risolva sempre in un lungo elenco di insulti pro-questo e anti-quello è un altro paio di maniche, manca l’educazione al dialogo nella vita reale, figuriamoci nel virtuale. 

Detto ciò, qualche giorno fa, Roma fa schifo è stata bannata per aver deprecato uno striscione omofobo apparso allo stadio Olimpico, senza per altro fare alcun nome di tifoserie o squadre di appartenenza, ma anzi interrogandosi sulla possibilità di un fotomontaggio.

Marino Frocio

Si è inoltre scoperto successivamente che il suddetto striscione è stato esposto lo scorso anno, quindi niente a che vedere con l’ultima crociata del sindaco sulle unioni omosessuali.

Questo ha mandato su tutte le furie i tifosi della squadra coinvolta, che si sono organizzati per segnalare in massa e sono riusciti nel loro intento.
La foto che recava la scritta “Marino Frocio” è stata ritenuta offensiva e la pagina chiusa.

Non mi interessa parlare dei tifosi o dei diritti degli omosessuali, vorrei solo capire come sia possibile che un gruppo di persone prepotenti, per quanto numeroso, possa avere la meglio su una denuncia giusta. Una denuncia giusta perché a prescindere dal parere personale sulle unioni omosessuali, utilizzare un termine che disprezza una categoria per lanciare un messaggio politico è cosa deplorevole. 

L’argomento mi ha toccato particolarmente poiché è successo un episodio simile anche a Tranelli, che si è beccato 7 giorni di ban quando è andato a scrivere questo sulla bacheca di Adinolfi:

tranelli sentinella

Insomma, era ovvio che il commento avesse il solo scopo di ironizzare sull’argomento in una pagina dove per centinaia di commenti la gente si arrampicava sugli specchi per esprimere con belle parole il concetto sintetizzato da Tranelli: voglio dire “basta froci” quanto e quando voglio.

Ora, qui bisognava carpire l’ironia dietro al commento, ma il post di Roma Fa Schifo era molto più chiaro, essendo accompagnato da una descrizione che non poteva lasciare spazio ai dubbi, per quanto deciso e diretto – forse politicamente scorretto, ma nel pieno stile della dialettica scelta da Rfs ed utilizzata senza particolari cambiamenti negli anni.

rfs su marino froio

Dal mio punto di vista un gruppo di persone che, neanche specificatamente chiamato in causa, si scaglia contro chi denuncia una barbarie e vince la sua battaglia fa di Facebook un luogo dove regnano l’arroganza e la cafonaggine. La segnalazione di uno è una scelta morale, l’accordarsi per segnalare in massa – per motivi di cui ci si è auto convinti a causa della coda di paglia – è una prepotenza strategica. E’ la violenza politica del mondo virtuale.
Sarebbe bastato rispondere che lo striscione era dello scorso anno, scritto in goliardia e non in periodo di battaglia politica sulle unioni omosessuali e la questione sarebbe rientrata molto presto. Se volete rendervi conto del becero livello dei commenti di questi utenti potete leggere direttamente il thread qui.

Vi prego di non farne una questione di divisa. Perchè in questo caso si tratta di tifosi di una squadra di calcio, la prossima volta potrebbero essere i dipendenti comunali con poca voglia di lavorare, poi i tassisti e quella dopo ancora i dipendenti ATAC.

Qui tifosi e striscione sono paradigma e sintomo di una capitale che ha smesso di pensare in tutti gli ambiti al bene della comunità e si è incancrenita sui propri possessi, le proprie passioni, i propri diritti a dover essere sempre comodi, difesi e tutelati pur non avendo alcun merito per la crescita e lo sviluppo di una città che ha smesso di arrancare nel confronto con le capitali europee, lasciandosi andare definitivamente ad una condizione terzomondista.

Per una popolazione così poco abituata al dialogo come la nostra questo “potere della massa segnalatrice” è un fattore pericolosissimo, soprattutto per una comunità virtuale dove il troll (inteso come colui che insulta sul web) è l’utente più comune – in quanto cafone incapace di dialogo e ignorante sulla condizione delle città all’estero – mentre la minoranza che sa reggere un confronto a parole, magari prendendo in giro l’interlocutore ma utilizzando il cervello e la dialettica al posto degli insulti, sono proprio quegli utenti che un tempo in rete venivano chiamati troll a causa delle loro continue prese in giro.

Io, da bannato di Roma fa schifo, alcune volte anche da segnalatore di Roma fa schifo, tantissime volte anche da segnalato su (e forse da) Roma fa schifo, sono veramente contento che questa abbia riaperto i battenti. Allego prove.

romafaschifo lel

E’ da apprezzare il fatto che Facebook sia tornato sui suoi passi. Ben due volte, una quando hanno chiuso la pagina, e la seconda pochi giorni dopo, quando l’hanno riaperta. E stiamo parlando di segnalazioni di foto postate da rfs a febbraio, quindi probabilmente partite da un bot in automatico, ma che aiutano l’utente a seguire gli sviluppi della vicenda.

segnalazioni riviste rfs

La speranza è che Facebook inizi a considerare i contenuti delle segnalazioni prima del ban. Possiamo capire che a volte l’ironia, una trollata, non siano così limpide da essere capite al volo. Quando non c’è ironia, né sarcasmo, questi errori risultano veramente grossolani.

Mi è molto utile una pagina di cui non condivido le soluzioni ma che mi aiuta a riflettere sui problemi della mia comunità, problemi che la politica e il giornalismo locale tendono a nascondere come polvere sotto ad un tappeto. Probabilmente più utile di una pagina dove con gli altri utenti mi trovo sempre d’accordo e dove tutti mi danno ragione. Alle soluzioni che preferisco ci arrivo da solo, attraverso le mie riflessioni e i miei principi etici e morali.
Per favore, almeno su internet non lasciateci in preda ai gruppetti di violenti organizzati.

 

 

Aggiornamento: se è vero che le pagine italiane, come quelle americane, vengono moderate da un’azienda filippina – come spiega questo articolo di wired – in cui difficilmente i dipendenti parlano italiano, le segnalazioni di massa avranno sempre la meglio.
Tanto che alcuni basano su questo la loro “battaglia” politica virtuale. 
In questo modo la grande comunità virtuale diventa una giungla, in cui vige la legge del più forte – nel senso di più numeroso – ponendo la parola fine su quell’indipendenza e soprattutto libera circolazione di pensiero che la rete ha rappresentato per più di un decennio.

Dalla massificazione della società alla massificazione di Internet, perché rischiamo di ripetere errori già commessi un secolo fa.

La massificazione di internet in Italia, in particolar modo dei social network, è un processo iniziato da almeno cinque anni e che sembra inarrestabile.
Con l’ingresso in politica di Grillo nel 2009, chiunque utilizzasse già i social ha potuto notare un notevole innalzamento dell’età media degli utenti. Iniziarono ad iscriversi i genitori, poi gli zii, in qualche caso anche i nonni.
Fasce d’età che gli utenti, fino a quel momento, non erano abituati a frequentare virtualmente.
La massificazione di un popolo non abituato ad un determinato contesto sociale non è cosa nuova nella storia del mondo.
Quando alla fine del 1800 la Belle Époque  si avviava verso la sua conclusione per far spazio alla società di massa, Gabriel Tarde scriveva che “questa trasformazione di tutti i gruppi in pubblici si spiega con il bisogno crescente di socievolezza, che rende necessaria la comunicazione regolare tra gli associati attraverso una corrente continua di informazioni e di stimoli comuni. E’ dunque inevitabile. Quello che importa è studiare le conseguenze che ha o che avrà, verosimilmente, sui destini dei gruppi così trasformati, vale a dire sulla loro durata, solidità, potenza, sulle loro lotte o alleanze.

Oggi non c’è maggiore socievolezza che nei social network, dove le inibizioni della vita reale vengono meno ed è molto più facile “rompere il ghiaccio”, e non possiamo trovare comunicazione più regolare di quella costante e quotidiana offerta dai social network.

Le  conseguenze che quelle spinte ebbero sui gruppi all’epoca non sono di poco conto. Nonostante il massacro della Grande Guerra, la vera massificazione avvenne in seguito, negli anni ’20. Così incontrollata e prepotente che le masse di persone, legate tra loro oggi per un motivo e domani per un altro, compievano atti singolari in risposta ad eventi abituali come la morte. Si pensi per esempio al numero di suicidi alla notizia della morte di Rodolfo Valentino e alla follie commesse dalla folla durante i funerali dello stesso. Milioni di persone scendevano in piazza per acclamare i propri eroi, che fossero aviatori che oltrepassavano gli oceani o divi del cinema.
Quando poi le condizioni economiche peggiorarono, quando le condizioni di politica internazionale si fecero più complicate, quell’energia popolare si incanalò verso la rabbia che, sapientemente sfruttata, fu trasformata in regimi autoritari o totalitari che tutti conosciamo in Russia, poi in Italia, in Spagna, in Germania. Ovvero in quei paesi dove la politica non riusciva a dare risposte efficaci e soddisfacenti al popolo. Lenin non si è inventato il socialismo, Mussolini non ha fondato il fascismo dal nulla, così come Hitler ha dovuto semplicemente utilizzare i sentimenti della massa per dare il via al nazionalsocialismo.

Ad oggi, sui social network, si sta creando quel fervore popolare che ancora nessuno è riuscito a sfruttare ma che esiste, seppur in fase di incubazione, pronto ad esplodere. E non studiarne le possibili conseguenze non sarebbe altro che ripetere un errore di cui Tarde ci avvisò 113 anni fa.

E, in fondo, non vi è grande differenza tra la succitata follia al funerale di Rodolfo Valentino e il gruppo di animalisti che – dopo aver invaso l’internet italiano – di venerdì pomeriggio decide di bloccare via Cristoforo Colombo, a Roma (chi è stato a Roma può capire cosa voglia dire il venerdì pomeriggio per il traffico della capitale), per protestare contro la morte accidentale di un’orsa. Con la differenza che ad oggi gran parte della gente limita le proprie proteste al solo mondo virtuale. Quella folla che un tempo riempiva le piazze per il solo atterraggio di Charles Lindbergh dopo aver trasvolato l’Atlantico in solitaria oggi riempie di giubilo le piazze virtuali per il ritorno di Massimiliano Latorre dall’India.

Non si saprà, non si immaginerà mai fino a che punto il giornale abbia trasformato, arricchito ed insieme livellato, unificato nello spazio e diversificato nel tempo le conversazioni degli individui, anche di quelli che non leggono i giornali ma che, discorrendo con altri che li leggono, sono costretti a ricalcare pensieri non propri. Basta una penna per mettere in moto milioni di lingue.”

Se l’informazione “ufficiale” (di regime, direbbe il popolo della rete) è in mano a pochi, al contempo tutti possono creare un sito d’informazione autonoma/indipendente, o una pagina Facebook, o un account Twitter con questo scopo. Oggi, con modalità user-friendly e a costo zero, chiunque può decidere di far diventare una propria idea il baluardo di un gruppo di persone, che la ripetono regolarmente, che non si parlano più di altro, che si auto-convincono di concetti senza nessun fondamento.
Ad oggi abbiamo più facilità a ricevere like parlando di uomini-rettili e metodi di cura alternativa piuttosto che di politica e riforme nella loro accezione reale.

Beppe grillo Letta Rettiliano

E l’uguaglianza politico=rettile vale più o meno per tutti i membri della casta.

Boldrini rettiliana

Il fatto che entrambe le foto siano prese dalla pagina di Grillo è completamente casuale come vedremo nel prossimo post riguardo i rettiliani della casata reale inglese.
La pagina di Grillo ha solamente la colpa di essere un’alcova di populismo dell’internet, in cui Rettiliani e NWO altro non sono che la nuova versione dei Savi di Sion.

La differenza tra la continua e infamante campagna contro la cosiddetta “stampa di regime” che, per quanto scadente possa essere il livello in Italia cerca quantomeno di tenersi dentro dei canoni giornalistici, e i divieti d’acquisto dei giornali successivi alla notte dei cristalli del 1938 sta solamente nel fatto che nessuno è ancora riuscito a incanalare la rabbia del cittadino verso i propri scopi.

Ci ha provato Grillo, ma il “popolo della rete” ha dimostrato più volte di non essere affascinato da qualcuno che tenta di cambiare il sistema dall’interno.

Del resto, che i regimi degli anni ’20/’30 nacquero su delle forti basi popolari, su una politica lasciva e menefreghista, non è una novità. Che ad oggi la scena politica continui a guardare di buon occhio questa distrazione di massa su temi senza fondamenti logici e reali non sembra essere più un segreto. Mentre la massa rifiuta il sostegno alle guerre “reali”, ne invoca altre di sua invenzione fantapolitica, come quella all’India nell’ormai inarrestabile fermento relativo ai Marò o “ai potenti che ci avvelenano ogni giorno con le scie chimiche”.

I giornali, soprattutto nelle loro edizioni online, specialmente nelle loro anteprime sui social, non sembrano interessati a far cambiare il modo di pensare e di riflettere ai lettori, ma anzi sfruttano questi movimenti popolari in una continua escalation di click bait che portano un quotidiano ad essere molto più simile ad una macchinetta per il video-poker piuttosto che un mezzo di informazione.

Pensate a Il Messaggero che per giorni ha continuato a linkare sui social la notizia di un giovane ucciso a Villa De Sanctis, anche quando era stato appurato che il ragazzo avesse 52 anni a poche ore dall’omicidio.

il messaggero omicidio gordiani

I rischi, in una situazione del genere, sono altissimi.
Lasciamo stare per un attimo l’allarmismo politico, che ce ne è già molto in giro.
I risvolti sociali di un popolo che rifiuta la cultura, la medicina e l’informazione “ufficiale”, e qualsiasi altro ambito si poggi su di un fondamento scientifico, possono portare conseguenze devastanti soprattutto per quelle generazioni di nascituri che non avranno possibilità di scelta e per quei giovani che oggi hanno come modello una folla di immigrati digitali che hanno smesso di ragionare sulle cose, e che danno più peso alle alternative trovate su internet piuttosto che a decenni di studi di cervelli pensanti sommati ad esperimenti empirici.

Il genio è un re che ha creato il suo popolo“, diceva sempre Tarde. Il popolo è pronto, è unito (seppur su temi che alla politica ufficiale non interessano, poiché spesso nemmeno esistono), è già stato formato dalla rete. Ma per fortuna all’orizzonte non si vedono né re, né tanto meno geni.
Per ora.

Fare una mass action da soli (e spuntarla anche).

Una mass-action, in sociologia, si riferisce a quelle situazioni in cui una moltitudine di cittadini si comportano in maniera simile, ma senza un coordinamento superiore, semplicemente per scelta individuale.

L’esempio riportato da Wikipedia è quello di Weber, secondo cui il capitalismo è nato quando l’etica protestante ha influenzato un gran numero di persone spingendole ad aprirsi le proprie imprese, allacciare commerci e ricercare benessere e ricchezza attraverso questi.

L’azione di massa come movimento spontaneo che produce effetti sociali.

Nel mondo completamente artefatto di internet, con un po’ di pazienza, è facile mettere su una mass action da soli.
Si, lo so che è una contraddizioni in termini, ma quando si dispone di molteplici profili la contraddizione svanisce.

Vediamo un esempio di class action contro una grossa azienda multinazionale.

 

Vi ricordate la brutta storia del bambino morto soffocato mentre mangiava un hot-dog da Ikea, lo scorso marzo?
Il bimbo è morto dopo 5 giorni che era stato ricoverato in ospedale. Si parlava di soccorsi arrivati in ritardo che avrebbero probabilmente salvato la vita al bambino.

Il giorno dopo la notizia della morte del bambino andai sulla pagina Facebook di Ikea Italia per vedere cosa scriveva un’azienda così grande in una situazione tanto drammatica

La risposta fu semplice e diretta: 5 buoni motivi per riordinare l’armadio.

ikea armadio

Non c’erano altri post. Così ho pensato fosse il momento per un po’ di legittimo trolling nei confronti di chi, di fronte ad una tragedia, aveva saputo solamente esprimere vicinanza alla famiglia subito dopo l’incidente, scrollandosi però di dosso tutte le responsabilità del caso. (Chi mi conosce sa benissimo che l’ho fatto per semplice curiosità, che a differenza della sensibilità abbonda, ma ogni tanto proviamo a fare i professionali).

Via libera ai commenti: costruiamo una pantomima in cui si accusa di disumanità Ikea. Ovviamente Brunelli, Tranelli, Marika e Lucio sono la stessa persona, gli altri, quelli che non hanno scritto niente accanto, sono amici che appoggiano l’idea o semplicemente prestano il profilo.

 ikea commenti 1

La signora Franchini ha avuto veramente esperienze simili al proprio paese o è un profilo creato dai gestori della pagina di Ikea per mettere una toppa a queste situazioni? Francesco Leone prende parte al trolling generale o vuole veramente un comunicato di Ikea per la morte del bambino? questa completa incertezza dell’internet non ci ha permesso di scoprirlo, sarebbe servito tempo e studio dei profili, soprattutto per la signora Franchini che alle 21 difendeva una multinazionale svedese. E’ tutto talmente costruito che a volte i pezzi del puzzle sono difficile da mettersi insieme.
Comunque, solamente due ore dopo il primo commento di Marika arriva il comunicato di Ikea.

Ikea comunicato

Non è che abbiamo vinto il 90% delle azioni di Ikea, ma è comunque un risultato rispetto al completo distaccamento dalla storia che avevano voluto tenere fino a quel momento.
Ed era un’azione improvvisata e non studiata strategicamente, ma a suo modo efficace.

Sicuramente quello che non si aspettava Ikea Italia era che la sua pagina Facebook venisse presa di punta da un centinaio di commenti in due ore in cui diverse persone gli davano addosso. Sicuramente Ikea Italia non è giunta alla conclusione che la cosa fosse concordata.
All’epoca tutti i profili fake non erano amici tra loro (lo sono diventati in seguito per altre esigenze).

In questo caso abbiamo utilizzato un trolling massivo per spingere una multinazionale a fare un comunicato sulla morte di un bambino. Ma pensate a quante altre cose, sia positive che negative, potrebbe essere capace di compiere un semplice utente, gestendo centinaia di fake che litigano, discutono o semplicemente invocano qualcosa. E pensate se questo avvenisse sulle pagine di quotidiani o di politici, come verrebbero ripresi dalle altre pagine Facebook e poi fatti passare per “il parere della rete”.

Per questo le aziende che vogliono sfruttare il marketing su Facebook saranno presto obbligate ad assumere dei troll-hunter per evitare situazioni sgradevoli, ma anche dei troll stessi che spostino il punto della discussione: immaginate se Ikea avesse potuto usufruire di 50 utenti che postavano commenti come quelli della signora Franchini. I commenti di una decina di persone come noi, nonostante la vena sarcastica e la poca voglia di mollare l’osso sull’argomento, si sarebbero diluiti come lacrime nella pioggia. La discussione probabilmente sarebbe degenerata nella solita rissa virtuale al quale gli utenti italiani di Facebook sono più che abituati.

Se pensate che una rissa virtuale non sia la soluzione migliore, immaginate sempre 50 profili falsi gestiti dall’amministratore della pagina che continuano a parlare di ante e cassettoni e invitano queste 7-8 persone a smetterla di interessarsi della morte di un ragazzino che in quel contesto non è pertinente.
In fondo è una simpatica allegoria di come ho sempre visto la scena politica italiana e il conseguente dibattito politico tra i cittadini.

Tipo quei mesi infiniti in cui si parlava solo di intercettazioni telefoniche mentre nel mondo reale succedeva di tutto, ma sembrava che intercettare un politico o non farlo fosse una priorità nella vita di ogni singolo cittadino.

Un ultima riflessione: se leggete direttamente il link della discussione, vi potrete trovare commenti come questi:

ikea commenti spam

Purtroppo non sono riuscito a salvarli prima che venissero cancellati, neanche quando salvai l’html della pagina a suo tempo, ma qualcuno tipo Lacianfrusaglieria riesce a fare spamming dei propri prodotti durante la discussione sulla morte di un bambino.

Sembrerebbe che più di un moderatore ci sia bisogno di un esercito privato per sopravvivere nel mondo di internet.

L’inutilità del ban delle pagine Facebook come strumento definitivo (o di come a questo giro mi ritrovo la Polizia sull’uscio di casa)

Il ban è quello strumento utilizzato dagli amministratori di un ambiente virtuale per vietare l’accesso o l’interazione con gli altri membri ad un determinato utente tramite il suo username, IP o indirizzo email.
In questo post in realtà facciamo riferimento alla funzione “Blocca” utilizzata dagli amministratori delle pagine Facebook, quindi non un vero e proprio ban, ma così viene correntemente chiamato nel linguaggio social.
Il blocco di un utente da una pagina permette ad un amministratore di eliminare il troll o disturbatore di turno con un facile click.
E’ sicuramente una di quelle funzioni che aiuta a tenere le redini della discussione, ma che allo stesso tempo permette di stroncare le discussioni sul nascere.
Se l’amministratore gestisce con dedizione la pagina questo strumento può essere spietato e ingannevole.
Durante la vostra esperienza social vi sarete ritrovati sicuramente a leggere link, post, commenti a foto in cui ritenete esserci solamente un mucchio di inesattezze e nessuna voce contraria. Una specie di pulizia dispotica dell’opinione pubblica.
E’ una di quelle cose che non mi è mai andata a genio.
Ho iniziato ad approfondire i miei studi sui social network un giorno in cui stavo discutendo riguardo ai cosiddetti taggaroli su Roma fa schifo, e avendo posizioni diametralmente opposte a quelle degli admin mi è stato impedito di continuare a discuterne.
Ma non stavo insultando nessuno.
Non stavo prendendo in giro nessuno.
Perché non posso parlare? perché dovrei rimanere tranquillo pensando che un determinato gruppo di persone elimina le voci fuori dal coro e continua a darsi ragione a vicenda?
Nacque così il secondo profilo, dapprima con nome e cognome invertiti rispetto al precedente poi storpiati in Tranelli Harlock per convenienza.
Creandomi un secondo account con lo stesso nome volevo far capire che ero sempre io, che non bastava un ban (o blocco) a farmi stare zitto, perché in 15 anni di internet so bene cosa non si deve fare, e in quel momento non avevo violato nessuna regola.
Quindi il blocco può diventare una funzione dispotica e censoria che, almeno secondo la mia esperienza, ha sempre scatenato un certo impulso incontrollato al trolling.
Trolling che, in questo caso, non ha veramente nulla a che fare con quella mostruosità virtuale che i giornali dipingono quotidianamente.

Veniamo ai fatti. Un paio di giorni fa mi sono imbattuto in un link che mi ha fatto saltare la mosca al naso pubblicato dalla pagina Andare a mignotte con Sandro Mazzola (pagina che raccoglie intorno ai 10.000 membri), riguardo al compleanno del giornalista Sky Federico Buffa:

original post

A prescindere dal parere personale riguardo uno dei giornalisti più apprezzati dal giovane pubblico, ho commentato col mio profilo “ufficiale”  dicendo con sottile sarcasmo che probabilmente prima di arrivare ad alcune affermazioni converrebbe andarci cauti visto che – fortunatamente – ci sono nella storia del giornalismo paragoni abbastanza importanti con cui il buon Buffa se la deve vedere.
Senza ricevere alcuna risposta dagli amministratori sono stato bannato con conseguente cancellazione del commento.
Come dicevo poco fa, sono questi i momenti in cui mi sento la libertà d’espressione strozzata in gola. Bannami, ok, ma almeno rispondi, scrivi qualcosa, argomenta la tua posizione, insultami se lo ritieni necessario.
Quando non riesco ad instaurare una discussione arriva sempre il momento di giocare la carta Tranelli e metterla sul loro piano.
Meme contro Meme questo è quello che ha postato Tranelli:

Indro-montanelli2Ban anche per Tranelli e cancellazione dei commenti.
Ho pensato che, tornando ancora una volta, e utilizzando Marika – una bella ragazza che commenta una pagina di calcio – sarebbero stati un po’ più sensibili, anche se al meme seguiva solamente una didascalia #freeTranelli. Il post di Marika era una specie di fotoromanzo con protagonisti Enzo Biagi e Michele Sindona:

Sindona Biagi

Ban. Ban. Ban.

Ok…. visto che si parla di calcio proviamo con il quarto profilo, Lucio.
Lucio ha solo due argomenti: il Duce o il calcio, le due cose si sposano tanto bene (soprattutto perchè gli amministratori di quella pagina definiscono Tavecchio uno che ha detto quello che tutti pensano ma nessuno dice. No, cari miei, io non li chiamo mangiabanane, nemmeno quelli che dopo vanno a giocare alla Lazio. Ma purtroppo di questo post me ne sono accorto solo molto tempo dopo).
Lucio ha linkato un articolo di Dino Buzzati sul Vajont, un articolo che potrebbe somigliare alle storie raccontate da Buffa. Un articolo che inizia con la disperazione del giornalista per la sua terra, con una frase molto enfatica (alla Buffa, per l’appunto), che mi ha sempre colpito molto: “un po’ come se a uno muore un fratello e gli dicono che a farne il necrologio deve essere proprio lui

Ban. Ban. Ban. Ban.

Mi restava a quel punto un solo colpo in canna,Manlio Luttazzo Fegit, critico d’arte. Un profilo praticamente mai utilizzato, mai veramente coltivato, quindi – io pensavo – ben poco credibile. Fortunatamente l’esca è andata a buon fine, probabilmente perché stanco di sentirsi “sotto attacco” da mezz’ora senza soluzione di continuità ha deciso di rispondere. Perché anche fare pulizia ritrovandosi sporco dopo un minuto alla lunga stanca.
Il commento degli admin (purtroppo la mania delle pulizie in stile Vetrix de Il mio grosso grasso matrimonio greco li ha spinti a cancellare tutto, anche i propri commenti) diceva fondamentalmente che Buffa è il loro idolo, un genio, e che se loro scrivono il migliore di sempre è anche perché hanno delle esigenze del pubblico da soddisfare, mentre se parlassero di Buzzati non li seguirebbe nessuno.
Se il muro contro muro non funziona, proviamo ad accarezzarli.
Manlio dice di conoscere bene Buffa, che è una persona molto umile e sarebbe in imbarazzo a sentirsi dire una cosa del genere. Cerca poi di dare agli amministratori qualche consiglio, ma visto il muro incrollabile costruito da admin che si dicono fieri di utilizzare in ban in maniera nazista, abbandono la pagina e apro gmail.
Creo un’email fake di Buffa (ehi Fede, non volevo rubarti l’identità, è stata una burla di un’ora… non querelarmi, ma se dovessi farlo ti prego di farne un caso mediatico!)

Inizio uno scambio di mail tra Manlio e il finto Buffa, ovvero tra me e me.
Ogni mail ha un testo completo e credibile, come fosse un vero dibattito tra due amici che non si sentono da tempo. Poi, dopo qualche email, mando questo screenshot agli amministratori

screen agli admin CLICK SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRE

Gli admin ringraziano Manlio

andare a mignotte con sandro mazzola

 

 

Dopo poco tempo inviano una mail al finto Buffa facendogli i complimenti. Gli rispondo qualche ora dopo dandogli qualche consiglio, e loro rispondono entusiasti, pur mettendo sempre e comunque le condivisioni del proprio pubblico come metro di paragone.

andare a mignotte con sandro mazzola3 CLICK  SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRE

 

A questo punto ho mollato, perchè continuare a fingermi Buffa non è tra i miei interessi, nè mi interessa realmente quello che pubblicano o fanno gli admin di Andare a mignotte con Sandro Mazzola.

Ma pensate un attimo al potenziale di tutto questo. Avrei potuto utilizzare il finto Buffa per instaurare una amicizia virtuale coi ragazzi. Avrei potuto invitarli a trovare il loro idolo chissà dove in Italia durante il periodo estivo. Avrei potuto fargli cambiare cose all’interno della loro pagina grazie ai consigli di un professionista. Avrei potuto imbambolarli per bene, con un po’ di applicazione. Probabilmente sarei riuscito a fargli modificare il post, o eliminarlo, o chissà cosa.

L’email del finto Federico Buffa è stata cancellata per evitare ogni tipo di fraintendimento:
account cancellato

 

A cosa serve un ban quindi?
Uno strumento di deterrenza, molto efficace con gli immigrati digitali che mai penserebbero (o riuscirebbero facilmente) a tornare e ritornare creando account diversi su piattaforme diverse.
Ma uno strumento aggirabile facilmente da chi è fruitore di internet da tempo.
Ritornare sullo stesso post con 5 account diversi, creare una finta email, costruire uno scambio di email, mi ha impiegato circa un’ora di tempo.
C’è stato poi del tempo lasciato passare solamente perché una risposta immediata da parte di Buffa sarebbe stata sospetta.
Invece è risultata credibile nonostante Manlio sia una evidente storpiatura parodistica del critico del Corriere della Sera, Mario Luzzatto Fegiz.
Nonostante l’indirizzo f.buffasky@gmail.com potesse sembrare più che sospetto ad occhi esperti, ancora siamo di fronte ad una massa ingenua ed impreparata a comprendere determinati segnali, facile preda per qualsiasi tipo di raggiro.

Nel mondo dell’immagine costruita ad arte tutto può essere falsificabile, ed in pochissimo tempo.
Internet è una trappola.
Un grande tranello. Cercate di non cadere nel pregiudizio dei molti scettici che pensano “ti pare che si mettono a fare tutto questo solamente per…”.
State attenti, soprattutto quando volete dare al parere della rete una possibilità decisionale che influisce sulle vite dei cittadini o un semplice peso nel bilancio dell’opinione pubblica. Internet è un mezzo meraviglioso per esprimersi, ma le espressioni dell’essere umano non sono sempre indirizzate verso l’armonia sistemica.
In una sola mattina sono stato 6 persone diverse.
Quattro “amichetti”, un giornalista sconosciuto ed uno famoso.
Un troll, un ultras, una ragazza, Manlio, me stesso, Federico Buffa.

Quanto vale uno, su internet?

 

 

UPDATE: Dopo che Manlio ha linkato questo post agli admin di Andare a Mignotte con Sandro Mazzola è stato bannato anche lui dalla pagina.
🙂