Il cyberbullo non è un troll: la triste storia del signor K.

Quella che vi sto per raccontare è una storia molto triste, e ha bisogno di un piccolo preambolo. Ho sempre sostenuto che non bisognasse cancellare i nomi riportati negli screenshot presi su gruppi e pagine pubbliche, ma a differenza delle altre volte la storia sarà raccontata in maniera totalmente anonima. Qualcuno si è preso la briga di denunciare per diffamazione il protagonista della storia, che a sua volta ha prima minacciato querele, per poi passare alle minacce di morte. Proprio per questo stavolta saranno anonimi anche gli altri attori, tranne i miei personaggi. K, il protagonista di questa storia, è greco (o almeno dice di esserlo). K dice di essere professore e ricercatore all’università di Trieste, nel distaccamento di Gorizia. K utilizza utilizza queste argomentazioni per avere ragione del suo prossimo, per insultare, per sentirsi superiore. Incontro K un giorno di dicembre, in un gruppo che denuncia le malefatte dei politici italiani. Sta commentando una bufala. F, un ricercatore universitario, viste le sue risposte aggressive e saccenti, chiede a K dove insegni… K1 K sembra non avere le capacità grammaticali per essere un professore universitario, ma è straniero, e la sua assenza dai siti istituzionali può avere molte ragioni. K, infastidito dalle domande di F, inizia a proporre quesiti di fisica per dimostrare la sua superiorità culturale che attesterebbe – secondo lui – il suo essere professore universitario. K2 Arrivo sul thread attratto dal gran numero di commenti ad un link preso da Informazione.it, pagina di bufale di Ermes Maiolica, disinformatore di livello nazionale – specialmente dopo esser stato intervistato da Le Iene a causa della bufala su Teo Mammucari cocainomane.  Inoltre Maiolica ha la propensione a mettere la sua faccia più o meno ovunque, e all’epoca pensavo che dopo l’intervista su una TV nazionale fosse più difficile che l’utente medio cadesse nelle sue trappole. Invece… K3 Inizialmente penso che K sia un troll. Bello scherzo. Divertente. Poi inizio a indagare un po’ su di lui, al di fuori di Facebook. K ha un sito internet in cui dice di fare attività di import/export – ma sembra un sito di facciata, un contenitore di scatole vuote, e sul suo account Twitter – che utilizza per pubblicizzare le sue ripetizioni – racconta di come i bambini sono migliorati con lui, più altre stranezze varie. Su Linkedin K si occupa di import/export di materiali rari. K4Avete presente il profilo Twitter di un professore universitario? nulla di più diverso da questa roba. Inquietato e incuriosito decido di provocarlo un po’. E’ da tempo che sostengo che la provocazione svela la vera natura – e i veri interessi, soprattutto – degli utenti. K5 I deliri di K a questo punto arrivano ai massimi livelli. Intanto F scrive all’università di Trieste, ricevendo la conferma che questo signor K non ha mai lavorato per loro, né lo hanno mai sentito nominare. Io continuo a provocarlo, ad osservarlo negli altri gruppi. Più riesco a trovare informazioni su di lui, più K si scalda. In particolare dopo queste due infografiche che ho usato come commento a tutti i post che K lasciava in giro per i gruppi pubblici di Facebook (i gruppi pubblici sono disponibili sul suo profilo, è bastato entrare e scrivere il nome nella barra di ricerca per sapere dove e cosa stesse postando):

k6 k7png Una persona sulla quale è impossibile avere notizie certe, razzista, omofobo nei commenti ma in una coppia di fatto sulle relazioni, che organizza matrimoni gay e vende sextoys online, che si dice Accademico e allo stesso tempo imprenditore, che si vende come professore per ripetizioni private… voi lascereste mai vostro figlio nelle mani di un simile maestro? Io e F decidiamo di avvertire l’admin del gruppo in cui K ha dato via ai suoi deliri. M gli chiede spiegazioni. Ricevendo solo offese in cambio lo banna dal gruppo. Questo scatena l’ira di K, che inizia a spammare le nostre foto in giro, dicendone più o meno di ogni sorta, specialmente su M, che essendo una donna gli appare più vulnerabile. L’accusa continua – tra una minaccia e l’altra – è quella di essere al soldo del PD. Non credo che esistano riferimenti politici più lontani dal PD di quello a cui M è legata. k8 Deliri, follia, seguiti dallo spammare la mia foto ovunque – così come quelle di F e M, ma ogni volta cercando di evitare i gruppi in cui eravamo iscritti. Ha trovato la mia identità sul profilo di Marika, essendo tutto specificato in post pubblici. Del resto io non voglio truffare nessuno. K9 Non so sinceramente su quanti gruppi privati o segreti sia arrivata la mia foto, difficilmente lo scoprirò. Però so quanti gruppi hanno preso le distanze da questo signore, bannandolo. Se avesse potuto dimostrare di essere un accademico – o anche un imprenditore di prodotti di nicchia – invece che un truffatore, probabilmente si sarebbe risparmiato i soldi del taglia-gole. K10 Mi dispiace per il signor Daniele – che non conosco – che si è trovato in mezzo a questa situazione inquietante. Fortunatamente, quando ha capito che le minacce non risultavano credibili, ha diminuito molto il suo posting nei gruppi a cui è iscritto (e che saltuariamente – a distanza di 3 mesi – ancora controllo). Ha smesso di dirsi professore universitario, e mi sembra già un buon passo. Io, F ed M continuiamo ad aspettare che questi fascicoli che ha portato al ministero della difesa (greco?!? italiano?!?) abbiano un qualche effetto, ma siamo tutti sani e salvi. Questa vicenda mi ha dato nuovi spunti e alcune conferme:

  • Continuare a portare il dibattito politico su questo livello di conflitto fa passare i pazzi per dei capipopolo. Agli occhi degli utenti dei gruppi, inizialmente, io e F sembravamo sempre dei debunker pagati dal PD che volevano azzittire un uomo pieno di verità e forza d’animo che lottava per il popolo. E stiamo parlando di uno squilibrato.
  • Aver abbandonato il concetto di moderazione nei commenti è una cosa assolutamente controproducente. Non ci si può aspettare un livello qualitativo della discussione se l’unico filtro è l’amministratore che approva o meno un post, non potendo intervenire nei commenti. Il sistema delle segnalazioni risulta peraltro inadeguato: come scrissi tempo fa FB rischia di cadere nei ban sbagliati, situazioni che andrebbero fermate sul nascere si protraggono per molto tempo. Impensabili che gruppi come quello in cui è iniziata questa vicenda (12.000 membri) siano moderati solamente a livello di OP (inoltre nella gran parte dei gruppi non c’è neanche bisogno dell’approvazione degli admin).
  • Le minacce online sono meno sanzionate delle foto di black humor o di nudo. C’è qualche problema se il signor K è ancora su Fb con questo profilo (ne ha anche un altro attualmente attivo) nonostante decine di segnalazioni a commenti omofobi, sessisti, razzisti, minatori, etc.
  • Casi come questo potrebbero tranquillamente essere risolti se i social network investissero in personale privato che si occupi di controllare questi profili. Scoprire che il signor K era un millantatore è stato un lavoro piuttosto facile. E’ impossibile pensare che il corpo di polizia postale controlli tutto. E sicuramente neanche vogliamo essere osservati dal braccio armato della legge.
  • Se il troll è chi offende e minaccia su internet, chi era il troll in questa storia? Io penso di aver trollato abbondantemente il signor K in quei giorni, con ogni sorta di meme mi venisse in mente. Il tutto nasce da una bufala postata da Ermes Maiolica, definito troll sui media nazionali. Il signor K minacciava e insultava chiunque utilizzando l’aggressività già da prima che gli mettessimo i bastoni tra le ruote. Quando parlate di troll state dicendo tutto e niente. Io lo faccio per il lol, mi sento un giullare, e reputo gli altri due un disinformatore e un cyberbullo. Sono un troll, così mi chiamano. Lo è Maiolica, così lo chiamano. Non lo è il signor K, che come tutti i bulli avrà la sua triste storia alle spalle. Ma il fatto che minacci, insulti e cerchi di truffare gli altri utenti non fa di lui un troll. Non ha proprio mai trollato nessuno.
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La diffusione delle bufale? Colpa dei quotidiani nazionali.

La diffusione delle bufale è colpa dei grandi quotidiani nazionali. 
L’industria editoriale, quella che conta, ha preferito degradare il livello qualitativo dei quotidiani nella loro versione online, estirpandone la natura di veicoli di informazione per renderli dei semplici contenitori di materiali virali che si trovano (molto facilmente) su internet. Le notizie vengono trattate alla stregua dei meme, i titoli non vengono più scritti per agevolare il lettore ma per attirare click al sito, la descrizione del link all’articolo che troviamo sulla pagina Facebook del quotidiano deve essere catchy, non accurata. Tante volte neanche fedele all’articolo. Catchy.
Le grandi firme di una volta hanno lasciato il posto ad un esercito di stagisti sottopagati che devono scovare nuovi video di gattini, flash-mob, formiche zombie, ice-bucket-challenge e attività virali di ogni sorta che fanno tendenza in quel determinato momento.
Contenuti che spesso risultano datati per i frequentatori più assidui del web, una continua ripetizione di materiali grafici che non assumono neanche quell’effetto vintage/divertente dei video di Paperissima, che da bambini avevamo la fortuna di vedere una o due volte, per quanto vecchi potessero essere.

Stagisti sottopagati (quando vengono pagati) e giornalisti alle prime armi oberati di lavoro si occupano di scrivere articoli da poche centinaia di battute – perché l’informazione nell’era dei tweet deve essere semplice e rapida – su economia, politica e società. Come se fosse facile in 10 frasi saper esprimere un concetto articolato o raccontare un fatto complesso.
Il risultato? Un abbassamento del livello qualitativo tale da rendere i quotidiani nazionali accostabili a siti creati da semplici utenti su piattaforme gratuite (una su tutte .altervista.com), sicuramente confondibili dagli utenti meno preparati, ma non solo. Tante volte basta solo un po’ di distrazione, di stanchezza, per confondere anche i naviganti più esperti. E quando diciamo “semplici utenti” intendiamo chiunque, dai bambini ai troll.

Per non parlare dei siti di bufale che hanno raggiunto una diffusione tale da potersi permettere un dominio proprio come Lercio o il Corriere del Corsaro che vengono presi per buoni anche da agenzie di stampa estere. Il che ci da una deprimente misura di quanto sia difficile discernere tra bufale e realtà nell’informazione italiana.

E’ vero che in Italia c’è scarsa educazione al digitale e pochissima attenzione da parte degli utenti, ma siamo sicuri di volercene prendere tutte le colpe?
Ci sono degli effettivi vantaggi nel non portare l’austerità dei quotidiani cartacei – che forse li rendeva elitari, ma facilmente riconoscibili rispetto a rotocalchi e quotidiani sportivi – nella loro versione online?
A parte i vantaggi economici di estendere la propria tiratura ad un pubblico che non si è mai avuto quando si era semplice carta, si intende.
Un pubblico che mai avrebbe confuso Cronaca Vera con Il Corriere della Sera, o La Stampa. 
Un pubblico che quando doveva essere ingannato – come nella bufala degli autori de Il Male su Ugo Tognazzi capo delle BR –  veniva ingannato da esatte repliche dei quotidiani nazionali.

il male fake

Oggi viene fatta la stessa identica cosa, ma il creatore di bufale non solo non ha bisogno di macchinari e di attori disponibili a farsi fotografare durante l’arresto, non ha bisogno neanche di utilizzare linguaggio giornalistico o di una impostazione grafica complessa.
Certo, sarebbe facile con i mezzi a disposizione oggi riprodurre qualsiasi cosa. Ma sicuramente far sembrare tutto un bazar, un suq, un ammasso apparentemente disordinato di notiziebuffevideoviralifotodivertentispezzoniditrasmissionetelevisiveimbarazzantipolemichecalcistichegossipedonnenude abbassa lo standard necessario al creatore di bufale per farle passare per notizie reali.  

E quando i quotidiani cartacei saranno definitivamente soppressi cosa resterà del giornalismo italiano?
Refusi, superficialità, confusione.
Sembra che la figura del correttore di bozze sia estinta, scomparsa.
Sembra che il gusto dell’indagine giornalistica sia venuto meno.

Sembra chiaro che contano solamente i click, sopraffare la concorrenza per avere più traffico.

Alcuni esempi?

In settimana il Messaggero ci ha ricordato che Massimo Bossetti, indagato per l’omicidio di Yara Gambirasio, non è il proprietario della regione tra la Turchia e la Bulgaria.

la tracia di bossetti

La Repubblica ha deciso di evitare ogni tipo di indagine giornalistica per un più facile Tweet. Ma se le informazioni le abbiamo noi, a cosa serve leggere il giornale? A questo punto twitto pure io con l’hashtag #NormanAtlantic e almeno mi relaziono di persona con le vittime.
norman atlantic

Il Corriere della Sera ha trafugato le vignette dei maggiori fumettisti italiani che esprimevano cordoglio per Charlie Hebdo regalandosi l’appellativo di #corrieresciacallo nell’hashtag che ha dilagato i giorni successivi.

Si potrebbe continuare a oltranza, ma se volete approfondire la tematica  vi consiglio queste pagine Facebook ricche di esempi di quanto appena detto:

Ah ma non è Lercio.
Giornalisti che non riescono a scopare.
Raccolta statistica di commenti ridondanti – per avere un’idea di cosa scatenano i titoli degli articoli e le loro descrizioni sui social.
L’ego del giornalista.

E se avete il dubbio di aver creduto ad una bufala, non dimenticatevi di dare un’occhiata a Bufale.net.

Avere dei fan oggi – il rischio della fidelizzazione dell’utente.

Qualche tempo fa ho creato il profilo falso di una suora.
E’ un fatto deprecabile, lo so.
Necessario però a capire come – soprattutto in quelle pagine dove tutti gli altri profili erano stati bannati – venissero recepite parole simili scritte da una donna, che è già un fattore discriminante in sé, e per di più una donna di Chiesa.
Poi un giorno, trovata una foto di Gianni Morandi vestito da nazista che rideva sulla tomba di Anna Frank (INTERNETZ!!!!) ho pensato di postarla sulla pagina del suddetto che proprio quel giorno aveva postato una scena di “In ginocchio da te” vestito da militare, in un commento in cui la distanza tra foto linkata e parole scritte doveva essere più netta possibile.

morandi suora

Una foto che avrebbe portato una marea di segnalazioni a qualsiasi altro profilo, probabilmente anche al ban definitivo del profilo. Ma… ehi ragazzi, è una suora a parlare!

suor sofia di nettuno e gianni morandi

E fino a qui tutto bene. Quello che volevo dimostrare era stato dimostrato, anche se in un ambiente virtuale completamente diverso da quelli che mi ero immaginato alla creazione del profilo. Poi all’improvviso è intervenuta una signora con un commento inaspettato

patrizia moraccini suor sofia

La signora Patrizia non è nuova a chi frequenta la pagina di Morandi. Insieme ad altre signore svolge una funzione di moderazione autogestita della pagina del cantante. Queste signore vanno a caccia di commenti fake, di troll, inveendo contro chiunque lasci commenti sgraditi. Spesso però le si può vedere prendere dei granchi, come quando Gianni parla del freddo e un ragazzo risponde con un modo di dire e loro… augurano la morte.

palumbo morandi

Ma la particolarità di queste fan è che spesso si accaniscono – senza fare domande né cercare informazioni maggiori sull’interlocutore – laddove invece Morandi risponde gentilmente e con garbo.

Carla Mantini Morandi

Eppure il profilo della signora Carla non lascia alcun dubbio di genuinità, perché quindi lasciare spazio a commenti da cyberbulle?
Quale meccanismo le porta a difendere ciecamente il loro beniamino? Ma soprattutto, questo atteggiamento sempre violento non rischia di far perdere fan a Gianni Morandi?

Sono andato a informarmi un po’ sullo stalking nei confronti degli uomini, scoprendo che è un fenomeno che ha colpito attori del calibro di Mel Gibson e Alec Baldwin.

A riguardo, un ex profiler dell’FBI, Clint Van Zandt, pare abbia detto “Celebrities today are exposed more, on social media and in an array of media outlets. Every celebrity Facebook and Twitter post removes a layer of safety and gives a stalker more opportunity to feel some connection with a celebrity.

Nello stesso articolo ho trovato la dichiarazione di Benita Roth, professoressa di sociologia presso l’università di Binghamton, New York: “Celebrity media has become so intrusive that celebrities have little privacy any more, making stalkers feel closer to the stars, and reality TV has devalued celebrity, making everyone feel that they are just a step from stardom and all they lack is a camera pointing at them.

Così, per testare le reazioni di queste fan scatenate senza però ledere la persona di ognuno ho scritto un commento a Morandi, chiedendo esplicitamente ma senza taggare nessuno, sapendo che tanto quel commento sarebbe stato monitorato come tutte le altre migliaia di commenti rilasciati ogni giorni sulla pagina artistica italiana probabilmente più seguita al momento. Purtroppo non ho avuto nessuna risposta da Morandi, ma queste reazioni da parte delle sue fan:

Gianni Morandi post mio1

In realtà cosa rodesse non me lo spiego neanche io, visto che le uniche a farsi rodere sono state loro.
La curiosità diventa complotto e/o rodimento per mancate soddisfazioni personali, perché il nostro idolo è perfetto e se qualcuno scrive qualcosa di diverso – e non la solita frase smielata, nostalgica, o in cui scrive che si opera/compie gli anni/gli nasce un figlio – è un invidioso, troll, sabotatore. Come se quando uno scrive che si muore di freddo sta per forza augurando la morte al gestore della pagina. Follia.

Col procedere della conversazione inizio a sentirmi come un nero dentro ad un autobus a Grotte Celoni:
gli altri non mi conoscono, non sanno nulla di me, ma solo per il colore della mia pelle, o perché alcuni miei simili sono troll, allora sono troll pure io.

Gianni Morandi post mio2

Dopo, ovviamente, nessuna risposta.

Il nervosismo delle signore nasce da alcuni fattori fondamentali che sono ricorrenti in rete:

  • L’ignoranza. Sia dei pericoli derivanti dallo stalking ai quali Morandi, per quanto genuino, non è immune. Sia dei termini inglesi specifici. Troll Hunter non è un’offesa, è un mestiere (anzi, mi pagasse a me qualcuno per farlo).
  • Il sospetto. E’ una particolarità tutta nostrana questa di vedere sempre il secondo fine dietro una domanda. La curiosità è un fattore demoniaco. La conoscenza è malvagia. Anzi, più argomenti le tue risposte più c’è qualcosa che stai tramando.
  • Il bisogno di esclusività. Morandi è loro possesso, e chiunque non vuole essere fan di Morandi come si deve se ne può andare verso altri lidi. E questo risulta in tantissimi commenti delle signore dove non si permettono gusti personali che vanno oltre Gianni, ma anzi si risulta deludenti al minimo dissenso.

    gianni morandi stella bianca

  • L’idolatria. La vita virtuale del nostro idolo deve essere studiata a memoria come i versetti del Vangelo

    gianni morandi clippini

Tutti questi fattori sono sempre stati presenti nei fan, ma quando ci si sposta sul mondo virtuale dove i vip cedono inevitabilmente ancora un altro pezzo di privacy, un controllo già stretto da parte dei fan si stringe ancora di più.

E si sfocia persino nel cyberbullismo. L’atteggiamento continuamente e sistematicamente aggressivo nei confronti degli altri utenti è probabilmente la situazione più vicina al cyberbullismo in cui mi sia mai trovato su Facebook(e di pagine pubbliche ne ho analizzate a centinaia). Il cyberbullismo è talmente palese che dopo quella diatriba altre fan di Morandi mi hanno contattato per dirmi che la mia polemica nei confronti di quel gruppetto era più che mai giustificata visto che sono state esautorate dal fan club per motivi futili, come le diverse attenzioni ricevute dal Morandi o normali dissensi tra persone, o di persone che hanno smesso di parlarsi per paura di essere cacciate anche loro dal fanclub. Di queste conversazioni non pubblicherò gli screenshot perché sono private e ho deciso di pubblicare solo ciò che è pubblico e visibile a tutti.

La pubblicità degli ambienti virtuali è un problema che gli immigrati digitali non riescono a mandare giù. E quando ci riescono la trattano come trattano i luoghi pubblici delle città italiane. Una specie di latrina a cielo aperto. Quando impareremo che se una pagina ha un milione di fan non ci possono essere 3-4 capi che decidono le linee di pensiero e comportamento per tutti gli altri e che su un milione di persone incontreremo centinaia di utenti pazzi, esaltati, stravaganti, troll o semplicemente ambigui?! Quando prendete la metropolitana alla mattina vi sentite circondati da persone perfettamente normali e in linea con le vostre abitudini comportamentali? Se sì, beati voi.

Questo atteggiamento tra l’altro non porta nessun beneficio al vip che sfrutta i luoghi pubblici di internet. Pensate al pazzesco rilancio che sta avendo la figura di Magalli dopo essere diventata completamente virale su Facebook dove gli utenti più giovani danno vita a veri e propri botta e risposta a suon di lol sul Giancarlo nazionale. Probabilmente per questi personaggi stare al gioco dei giovani, staccati da logiche di fanclub ormai passate, è l’unico modo per continuare a vivere come artisti nel paese. Soprattutto per chi come Morandi fa un ottimo Facebook, esaltato da tutti e che ha avvicinato tanti giovani al suo profilo per la semplicità con cui affronta la quotidianità unita ad una frequenza incredibile di interazioni affettuose con gli utenti, anche con quelli che cercano di prenderlo in giro.

Affettuosità che stride con l’aggressività delle sue fan-guardiane della pagina.

La fidelizzazione dell’utente resta una delle chiavi per il successo di una pagina pubblica, ma bisogna fare molta attenzione a come viene gestita e soprattutto a chi viene lasciata la libertà di interagire con tutti gli altri come se avessero più diritti degli altri. 
Bisogna sapere che di utenti “strani” se ne trovano, ma allo stesso tempo bisogna avere presente che una grossa frangia di giovani tra i 13 e i 30 anni cercano solamente un po’ di svago in rete, che probabilmente solo attraverso questo divertimento si entra veramente nel cuore degli utenti fino a fidelizzarli e realizzare la parte più difficile, quella di spiccare – per visite e interazioni – in un mare di pagine che col passare del tempo tende all’infinito, e nel quale la concorrenza è spietata.

La passionale fidelizzazione di pochi utenti che pensano di comandare – o di contare più degli altri – può allontanare la massa verso lidi più pacifici, meno pedanti, e in cui si è liberi di esprimersi senza rischiare il linciaggio mediatico per una parola fuori posto o, ancora peggio, mal compresa. 

Perché Facebook continua a cadere nei ban sbagliati?

Roma fa schifo è una delle pagine più chiacchierate del panorama social romano.
Nata come pagina di denuncia del degrado sociale è diventata in poco tempo fulcro di un vero e proprio network di blog e associazioni attive sul territorio.
Negli ultimi due anni ho avuto più di una discussione con gli amministratori della pagina e ho preso un ban (poi revocato in un processo di pulizia degli utenti – con annessa riabilitazione di alcuni – che dimostra una maturità che spesso è difficile riscontrare in pagine di respiro nazionale).
Per quanto si possa non essere d’accordo con parte delle esternazioni di Rfs o delle posizioni da loro prese su alcuni temi sociali, bisogna riconoscergli un grande merito: quello di sollevare quotidianamente delle questioni sulle problematiche della capitale. 
Questioni che sembrano non interessare più ai sindaci di Roma.
E per quanto io di rado mi trovi d’accordo sulle soluzioni da loro proposte, sono veramente contento che ci sia qualcuno così attento riguardo la vita della città, qualcuno che non fa della posizione politica un fortino chiuso in cui si rivolge solo e soltanto ai suoi membri, ma anzi cerca di uscire e portare le tematiche sotto gli occhi di tutti i cittadini.

Che poi la discussione politica e sociale tra romani su Facebook si risolva sempre in un lungo elenco di insulti pro-questo e anti-quello è un altro paio di maniche, manca l’educazione al dialogo nella vita reale, figuriamoci nel virtuale. 

Detto ciò, qualche giorno fa, Roma fa schifo è stata bannata per aver deprecato uno striscione omofobo apparso allo stadio Olimpico, senza per altro fare alcun nome di tifoserie o squadre di appartenenza, ma anzi interrogandosi sulla possibilità di un fotomontaggio.

Marino Frocio

Si è inoltre scoperto successivamente che il suddetto striscione è stato esposto lo scorso anno, quindi niente a che vedere con l’ultima crociata del sindaco sulle unioni omosessuali.

Questo ha mandato su tutte le furie i tifosi della squadra coinvolta, che si sono organizzati per segnalare in massa e sono riusciti nel loro intento.
La foto che recava la scritta “Marino Frocio” è stata ritenuta offensiva e la pagina chiusa.

Non mi interessa parlare dei tifosi o dei diritti degli omosessuali, vorrei solo capire come sia possibile che un gruppo di persone prepotenti, per quanto numeroso, possa avere la meglio su una denuncia giusta. Una denuncia giusta perché a prescindere dal parere personale sulle unioni omosessuali, utilizzare un termine che disprezza una categoria per lanciare un messaggio politico è cosa deplorevole. 

L’argomento mi ha toccato particolarmente poiché è successo un episodio simile anche a Tranelli, che si è beccato 7 giorni di ban quando è andato a scrivere questo sulla bacheca di Adinolfi:

tranelli sentinella

Insomma, era ovvio che il commento avesse il solo scopo di ironizzare sull’argomento in una pagina dove per centinaia di commenti la gente si arrampicava sugli specchi per esprimere con belle parole il concetto sintetizzato da Tranelli: voglio dire “basta froci” quanto e quando voglio.

Ora, qui bisognava carpire l’ironia dietro al commento, ma il post di Roma Fa Schifo era molto più chiaro, essendo accompagnato da una descrizione che non poteva lasciare spazio ai dubbi, per quanto deciso e diretto – forse politicamente scorretto, ma nel pieno stile della dialettica scelta da Rfs ed utilizzata senza particolari cambiamenti negli anni.

rfs su marino froio

Dal mio punto di vista un gruppo di persone che, neanche specificatamente chiamato in causa, si scaglia contro chi denuncia una barbarie e vince la sua battaglia fa di Facebook un luogo dove regnano l’arroganza e la cafonaggine. La segnalazione di uno è una scelta morale, l’accordarsi per segnalare in massa – per motivi di cui ci si è auto convinti a causa della coda di paglia – è una prepotenza strategica. E’ la violenza politica del mondo virtuale.
Sarebbe bastato rispondere che lo striscione era dello scorso anno, scritto in goliardia e non in periodo di battaglia politica sulle unioni omosessuali e la questione sarebbe rientrata molto presto. Se volete rendervi conto del becero livello dei commenti di questi utenti potete leggere direttamente il thread qui.

Vi prego di non farne una questione di divisa. Perchè in questo caso si tratta di tifosi di una squadra di calcio, la prossima volta potrebbero essere i dipendenti comunali con poca voglia di lavorare, poi i tassisti e quella dopo ancora i dipendenti ATAC.

Qui tifosi e striscione sono paradigma e sintomo di una capitale che ha smesso di pensare in tutti gli ambiti al bene della comunità e si è incancrenita sui propri possessi, le proprie passioni, i propri diritti a dover essere sempre comodi, difesi e tutelati pur non avendo alcun merito per la crescita e lo sviluppo di una città che ha smesso di arrancare nel confronto con le capitali europee, lasciandosi andare definitivamente ad una condizione terzomondista.

Per una popolazione così poco abituata al dialogo come la nostra questo “potere della massa segnalatrice” è un fattore pericolosissimo, soprattutto per una comunità virtuale dove il troll (inteso come colui che insulta sul web) è l’utente più comune – in quanto cafone incapace di dialogo e ignorante sulla condizione delle città all’estero – mentre la minoranza che sa reggere un confronto a parole, magari prendendo in giro l’interlocutore ma utilizzando il cervello e la dialettica al posto degli insulti, sono proprio quegli utenti che un tempo in rete venivano chiamati troll a causa delle loro continue prese in giro.

Io, da bannato di Roma fa schifo, alcune volte anche da segnalatore di Roma fa schifo, tantissime volte anche da segnalato su (e forse da) Roma fa schifo, sono veramente contento che questa abbia riaperto i battenti. Allego prove.

romafaschifo lel

E’ da apprezzare il fatto che Facebook sia tornato sui suoi passi. Ben due volte, una quando hanno chiuso la pagina, e la seconda pochi giorni dopo, quando l’hanno riaperta. E stiamo parlando di segnalazioni di foto postate da rfs a febbraio, quindi probabilmente partite da un bot in automatico, ma che aiutano l’utente a seguire gli sviluppi della vicenda.

segnalazioni riviste rfs

La speranza è che Facebook inizi a considerare i contenuti delle segnalazioni prima del ban. Possiamo capire che a volte l’ironia, una trollata, non siano così limpide da essere capite al volo. Quando non c’è ironia, né sarcasmo, questi errori risultano veramente grossolani.

Mi è molto utile una pagina di cui non condivido le soluzioni ma che mi aiuta a riflettere sui problemi della mia comunità, problemi che la politica e il giornalismo locale tendono a nascondere come polvere sotto ad un tappeto. Probabilmente più utile di una pagina dove con gli altri utenti mi trovo sempre d’accordo e dove tutti mi danno ragione. Alle soluzioni che preferisco ci arrivo da solo, attraverso le mie riflessioni e i miei principi etici e morali.
Per favore, almeno su internet non lasciateci in preda ai gruppetti di violenti organizzati.

 

 

Aggiornamento: se è vero che le pagine italiane, come quelle americane, vengono moderate da un’azienda filippina – come spiega questo articolo di wired – in cui difficilmente i dipendenti parlano italiano, le segnalazioni di massa avranno sempre la meglio.
Tanto che alcuni basano su questo la loro “battaglia” politica virtuale. 
In questo modo la grande comunità virtuale diventa una giungla, in cui vige la legge del più forte – nel senso di più numeroso – ponendo la parola fine su quell’indipendenza e soprattutto libera circolazione di pensiero che la rete ha rappresentato per più di un decennio.

Contro gli Inquisitori.

Pochi giorni fa ho scritto un articolo riguardante un tale “Cacciatore di troll” e della definizione di troll che abbiamo in Italia, elencandone tutti i più strani usi che ne vengono fatti.

Come al solito ho pubblicizzato l’articolo sul mio profilo Twitter, con questo post

twitter primo post

Niente di diverso da quello che ho fatto per tutti i post precedenti: tag dei partecipanti + link al post, senza troppe parole.

Tutti, tranne Cacciatore, hanno retwittato. Quest’ultimo ha invece oscurato il suo profilo Twitter, creando un profilo falso ( @ferfou888) in cui insultava me e gli altri utenti taggati. Purtroppo mi sono perso la querelle, poiché ha subito cancellato/oscurato anche questo profilo, portandosi nell’oscurità i suoi tweet. Vedete che succedere ad abbandonare internet per un’oretta?!

Twitter @ferfou888

Ma, del resto, che io avessi scritto solo “cazzate – senza argomentare o spiegare il perché – il nostro cacciatore lo aveva spiegato simpaticamente nei commenti al post qui, su WordPress:
twitter commento su wordpress

Tra l’altro molto carino il gioco che se si clicca sul nome “dimmelotu” si finisce sul sito del PD.
L’insinuazione è così originale e lungimirante che da tempo, aprendo la homepage di questo blog, appare nella barra del browser questa scritta:

chi paga tranelli

Procediamo comunque per passi. Su Twitter il buon Cacciatore ha un tweet fissato in alto, che recita così:

Twitter cacciatore di troll

Ok, siamo costruttivi, e non distruttivi. Non lasciamoci “acceccare” dall’odio.

Forse il tweet è un mantra personale che il Cacciatore ama ripetersi, sperando di non cadere un’altra volta Preda di se stesso.

Io, a parte l’ira, non saprei spiegare bene certe esternazioni non argomentate.

twitter minacce cacciatore

Non ho neanche capito perché abbia usato il plurale quando non ho mai nascosto la mia identità né ho mai scritto da alcuna parte che questo blog fosse comunitario. Spero sempre nella maiestatis.
Quando finalmente la finisce di oscurare e rimettere online l’account ad intermittenza, allora inizio a stimolarlo – se non lo facessi non sarei Tranelli.
Twitto (scusate se è scritto male, mi manca il linguaggio tecnico) nuovamente il link al blog, taggando questa volta le persone più “famose” che avevo indicato come i principali obiettivi del Cacciatore, che va su tutte le furie, iniziando una serie di illazioni che non trovano alcun riscontro nella vita reale.

twitter cacciatore a beh!

Vi direi anche di quanto fossi contento che sia intervenuto un personaggio che mi ha sempre divertito tantissimo come Johnny Palomba, ma questo farebbe di me un piddino pagato per screditare i salvatori del m5s come il Cacciatore.

Ma non finisce qui. Il Cacciatore di Troll, rivelatosi finalmente come l’unico troll presente nella discussione, è seriamente in preda ai suoi deliri.

twitter guardate chi retuitta

Ovviamente il fatto che il mio Tweet fosse stato retwittato da queste persone era la prova della mia collusione con una certa area politica. Vaglielo a spiegare che prima che il Cacciatore fosse la mia “vetrina” avevo la metà dei follower e nessun tipo di rapporto con questi profili!

twitter troll io o troll tu

Proviamo con la definizione classica di troll, ma niente. Continua a dare risposte piccate e volgari, ma il post che avevo scritto non era nient’altro che un resoconto della attività pubbliche del Cacciatore, a cui siamo giunti attraverso Google Alert e non attraverso conoscenze politiche o trasmissioni televisive.

twitter cacciatore smerdato

Dopo questa non ha più risposto, ha continuato a insultare Johnny Palomba con foto di dubbio gusto e tweet anche molto divertenti sul fatto che utilizzi delle “mutande sgommate di merda” per coprirsi la faccia…

Comunque, partendo dal presupposto che Cacciatore di Troll tiene nel suo profilo un tweet fissato in alto in cui chiede agli altri di non farsi accecare dall’odio, poi a chi prova solamente a chiedergli di argomentare poche sue posizioni, ovvero la sua definizione di troll e perché si comporta in questo modo con chi la pensa diversamente da lui, sa solamente insultare, senza riuscire mai ad argomentare nulla, fornendo solo insulti ed insinuazioni di un eventuale pagamento da parte di ambienti politici… ecco, probabilmente, lui è il troll.

E vorrei quasi sperare che il Cacciatore sia veramente pagato dal Partito Democratico per screditare il m5s piuttosto che pensare che il Movimento 5 stelle approvi queste politiche di diffamazione ed insulto.

Morale della favola:
State attenti a chi vi chiede di segnalare determinate persone sui social network. 

Con la segnalazione si può limitare la libertà altrui, per cui fate attenzione a questi inquisitori che puntano il dito, perché probabilmente la prima cosa che andrebbe censurata da una rete libera e indipendente sono proprio questi Torquemada2.0 che ci puntano il dito contro.

Soprattutto perché nella rete, come nella vita, si è in pochi a pensare autonomamente, mentre la gran parte della massa segue i dettami di questi capipopolo da due soldi.
Se non volete la vostra libertà di espressione censurata – almeno dai vostri pari – lottate sempre contro soggetti di questo genere.A prescindere dall’orientamento politico, la religione, il colore della pelle, la provenienza.
Tanto è tutto falso.

E sapere chi c’è dietro un nick è molto meno facile di come vogliono far credere i persecutori, e le possibilità di aver sbagliato ipotesi sono infinite.