Il cyberbullo non è un troll: la triste storia del signor K.

Quella che vi sto per raccontare è una storia molto triste, e ha bisogno di un piccolo preambolo. Ho sempre sostenuto che non bisognasse cancellare i nomi riportati negli screenshot presi su gruppi e pagine pubbliche, ma a differenza delle altre volte la storia sarà raccontata in maniera totalmente anonima. Qualcuno si è preso la briga di denunciare per diffamazione il protagonista della storia, che a sua volta ha prima minacciato querele, per poi passare alle minacce di morte. Proprio per questo stavolta saranno anonimi anche gli altri attori, tranne i miei personaggi. K, il protagonista di questa storia, è greco (o almeno dice di esserlo). K dice di essere professore e ricercatore all’università di Trieste, nel distaccamento di Gorizia. K utilizza utilizza queste argomentazioni per avere ragione del suo prossimo, per insultare, per sentirsi superiore. Incontro K un giorno di dicembre, in un gruppo che denuncia le malefatte dei politici italiani. Sta commentando una bufala. F, un ricercatore universitario, viste le sue risposte aggressive e saccenti, chiede a K dove insegni… K1 K sembra non avere le capacità grammaticali per essere un professore universitario, ma è straniero, e la sua assenza dai siti istituzionali può avere molte ragioni. K, infastidito dalle domande di F, inizia a proporre quesiti di fisica per dimostrare la sua superiorità culturale che attesterebbe – secondo lui – il suo essere professore universitario. K2 Arrivo sul thread attratto dal gran numero di commenti ad un link preso da Informazione.it, pagina di bufale di Ermes Maiolica, disinformatore di livello nazionale – specialmente dopo esser stato intervistato da Le Iene a causa della bufala su Teo Mammucari cocainomane.  Inoltre Maiolica ha la propensione a mettere la sua faccia più o meno ovunque, e all’epoca pensavo che dopo l’intervista su una TV nazionale fosse più difficile che l’utente medio cadesse nelle sue trappole. Invece… K3 Inizialmente penso che K sia un troll. Bello scherzo. Divertente. Poi inizio a indagare un po’ su di lui, al di fuori di Facebook. K ha un sito internet in cui dice di fare attività di import/export – ma sembra un sito di facciata, un contenitore di scatole vuote, e sul suo account Twitter – che utilizza per pubblicizzare le sue ripetizioni – racconta di come i bambini sono migliorati con lui, più altre stranezze varie. Su Linkedin K si occupa di import/export di materiali rari. K4Avete presente il profilo Twitter di un professore universitario? nulla di più diverso da questa roba. Inquietato e incuriosito decido di provocarlo un po’. E’ da tempo che sostengo che la provocazione svela la vera natura – e i veri interessi, soprattutto – degli utenti. K5 I deliri di K a questo punto arrivano ai massimi livelli. Intanto F scrive all’università di Trieste, ricevendo la conferma che questo signor K non ha mai lavorato per loro, né lo hanno mai sentito nominare. Io continuo a provocarlo, ad osservarlo negli altri gruppi. Più riesco a trovare informazioni su di lui, più K si scalda. In particolare dopo queste due infografiche che ho usato come commento a tutti i post che K lasciava in giro per i gruppi pubblici di Facebook (i gruppi pubblici sono disponibili sul suo profilo, è bastato entrare e scrivere il nome nella barra di ricerca per sapere dove e cosa stesse postando):

k6 k7png Una persona sulla quale è impossibile avere notizie certe, razzista, omofobo nei commenti ma in una coppia di fatto sulle relazioni, che organizza matrimoni gay e vende sextoys online, che si dice Accademico e allo stesso tempo imprenditore, che si vende come professore per ripetizioni private… voi lascereste mai vostro figlio nelle mani di un simile maestro? Io e F decidiamo di avvertire l’admin del gruppo in cui K ha dato via ai suoi deliri. M gli chiede spiegazioni. Ricevendo solo offese in cambio lo banna dal gruppo. Questo scatena l’ira di K, che inizia a spammare le nostre foto in giro, dicendone più o meno di ogni sorta, specialmente su M, che essendo una donna gli appare più vulnerabile. L’accusa continua – tra una minaccia e l’altra – è quella di essere al soldo del PD. Non credo che esistano riferimenti politici più lontani dal PD di quello a cui M è legata. k8 Deliri, follia, seguiti dallo spammare la mia foto ovunque – così come quelle di F e M, ma ogni volta cercando di evitare i gruppi in cui eravamo iscritti. Ha trovato la mia identità sul profilo di Marika, essendo tutto specificato in post pubblici. Del resto io non voglio truffare nessuno. K9 Non so sinceramente su quanti gruppi privati o segreti sia arrivata la mia foto, difficilmente lo scoprirò. Però so quanti gruppi hanno preso le distanze da questo signore, bannandolo. Se avesse potuto dimostrare di essere un accademico – o anche un imprenditore di prodotti di nicchia – invece che un truffatore, probabilmente si sarebbe risparmiato i soldi del taglia-gole. K10 Mi dispiace per il signor Daniele – che non conosco – che si è trovato in mezzo a questa situazione inquietante. Fortunatamente, quando ha capito che le minacce non risultavano credibili, ha diminuito molto il suo posting nei gruppi a cui è iscritto (e che saltuariamente – a distanza di 3 mesi – ancora controllo). Ha smesso di dirsi professore universitario, e mi sembra già un buon passo. Io, F ed M continuiamo ad aspettare che questi fascicoli che ha portato al ministero della difesa (greco?!? italiano?!?) abbiano un qualche effetto, ma siamo tutti sani e salvi. Questa vicenda mi ha dato nuovi spunti e alcune conferme:

  • Continuare a portare il dibattito politico su questo livello di conflitto fa passare i pazzi per dei capipopolo. Agli occhi degli utenti dei gruppi, inizialmente, io e F sembravamo sempre dei debunker pagati dal PD che volevano azzittire un uomo pieno di verità e forza d’animo che lottava per il popolo. E stiamo parlando di uno squilibrato.
  • Aver abbandonato il concetto di moderazione nei commenti è una cosa assolutamente controproducente. Non ci si può aspettare un livello qualitativo della discussione se l’unico filtro è l’amministratore che approva o meno un post, non potendo intervenire nei commenti. Il sistema delle segnalazioni risulta peraltro inadeguato: come scrissi tempo fa FB rischia di cadere nei ban sbagliati, situazioni che andrebbero fermate sul nascere si protraggono per molto tempo. Impensabili che gruppi come quello in cui è iniziata questa vicenda (12.000 membri) siano moderati solamente a livello di OP (inoltre nella gran parte dei gruppi non c’è neanche bisogno dell’approvazione degli admin).
  • Le minacce online sono meno sanzionate delle foto di black humor o di nudo. C’è qualche problema se il signor K è ancora su Fb con questo profilo (ne ha anche un altro attualmente attivo) nonostante decine di segnalazioni a commenti omofobi, sessisti, razzisti, minatori, etc.
  • Casi come questo potrebbero tranquillamente essere risolti se i social network investissero in personale privato che si occupi di controllare questi profili. Scoprire che il signor K era un millantatore è stato un lavoro piuttosto facile. E’ impossibile pensare che il corpo di polizia postale controlli tutto. E sicuramente neanche vogliamo essere osservati dal braccio armato della legge.
  • Se il troll è chi offende e minaccia su internet, chi era il troll in questa storia? Io penso di aver trollato abbondantemente il signor K in quei giorni, con ogni sorta di meme mi venisse in mente. Il tutto nasce da una bufala postata da Ermes Maiolica, definito troll sui media nazionali. Il signor K minacciava e insultava chiunque utilizzando l’aggressività già da prima che gli mettessimo i bastoni tra le ruote. Quando parlate di troll state dicendo tutto e niente. Io lo faccio per il lol, mi sento un giullare, e reputo gli altri due un disinformatore e un cyberbullo. Sono un troll, così mi chiamano. Lo è Maiolica, così lo chiamano. Non lo è il signor K, che come tutti i bulli avrà la sua triste storia alle spalle. Ma il fatto che minacci, insulti e cerchi di truffare gli altri utenti non fa di lui un troll. Non ha proprio mai trollato nessuno.
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Dalla massificazione della società alla massificazione di Internet, perché rischiamo di ripetere errori già commessi un secolo fa.

La massificazione di internet in Italia, in particolar modo dei social network, è un processo iniziato da almeno cinque anni e che sembra inarrestabile.
Con l’ingresso in politica di Grillo nel 2009, chiunque utilizzasse già i social ha potuto notare un notevole innalzamento dell’età media degli utenti. Iniziarono ad iscriversi i genitori, poi gli zii, in qualche caso anche i nonni.
Fasce d’età che gli utenti, fino a quel momento, non erano abituati a frequentare virtualmente.
La massificazione di un popolo non abituato ad un determinato contesto sociale non è cosa nuova nella storia del mondo.
Quando alla fine del 1800 la Belle Époque  si avviava verso la sua conclusione per far spazio alla società di massa, Gabriel Tarde scriveva che “questa trasformazione di tutti i gruppi in pubblici si spiega con il bisogno crescente di socievolezza, che rende necessaria la comunicazione regolare tra gli associati attraverso una corrente continua di informazioni e di stimoli comuni. E’ dunque inevitabile. Quello che importa è studiare le conseguenze che ha o che avrà, verosimilmente, sui destini dei gruppi così trasformati, vale a dire sulla loro durata, solidità, potenza, sulle loro lotte o alleanze.

Oggi non c’è maggiore socievolezza che nei social network, dove le inibizioni della vita reale vengono meno ed è molto più facile “rompere il ghiaccio”, e non possiamo trovare comunicazione più regolare di quella costante e quotidiana offerta dai social network.

Le  conseguenze che quelle spinte ebbero sui gruppi all’epoca non sono di poco conto. Nonostante il massacro della Grande Guerra, la vera massificazione avvenne in seguito, negli anni ’20. Così incontrollata e prepotente che le masse di persone, legate tra loro oggi per un motivo e domani per un altro, compievano atti singolari in risposta ad eventi abituali come la morte. Si pensi per esempio al numero di suicidi alla notizia della morte di Rodolfo Valentino e alla follie commesse dalla folla durante i funerali dello stesso. Milioni di persone scendevano in piazza per acclamare i propri eroi, che fossero aviatori che oltrepassavano gli oceani o divi del cinema.
Quando poi le condizioni economiche peggiorarono, quando le condizioni di politica internazionale si fecero più complicate, quell’energia popolare si incanalò verso la rabbia che, sapientemente sfruttata, fu trasformata in regimi autoritari o totalitari che tutti conosciamo in Russia, poi in Italia, in Spagna, in Germania. Ovvero in quei paesi dove la politica non riusciva a dare risposte efficaci e soddisfacenti al popolo. Lenin non si è inventato il socialismo, Mussolini non ha fondato il fascismo dal nulla, così come Hitler ha dovuto semplicemente utilizzare i sentimenti della massa per dare il via al nazionalsocialismo.

Ad oggi, sui social network, si sta creando quel fervore popolare che ancora nessuno è riuscito a sfruttare ma che esiste, seppur in fase di incubazione, pronto ad esplodere. E non studiarne le possibili conseguenze non sarebbe altro che ripetere un errore di cui Tarde ci avvisò 113 anni fa.

E, in fondo, non vi è grande differenza tra la succitata follia al funerale di Rodolfo Valentino e il gruppo di animalisti che – dopo aver invaso l’internet italiano – di venerdì pomeriggio decide di bloccare via Cristoforo Colombo, a Roma (chi è stato a Roma può capire cosa voglia dire il venerdì pomeriggio per il traffico della capitale), per protestare contro la morte accidentale di un’orsa. Con la differenza che ad oggi gran parte della gente limita le proprie proteste al solo mondo virtuale. Quella folla che un tempo riempiva le piazze per il solo atterraggio di Charles Lindbergh dopo aver trasvolato l’Atlantico in solitaria oggi riempie di giubilo le piazze virtuali per il ritorno di Massimiliano Latorre dall’India.

Non si saprà, non si immaginerà mai fino a che punto il giornale abbia trasformato, arricchito ed insieme livellato, unificato nello spazio e diversificato nel tempo le conversazioni degli individui, anche di quelli che non leggono i giornali ma che, discorrendo con altri che li leggono, sono costretti a ricalcare pensieri non propri. Basta una penna per mettere in moto milioni di lingue.”

Se l’informazione “ufficiale” (di regime, direbbe il popolo della rete) è in mano a pochi, al contempo tutti possono creare un sito d’informazione autonoma/indipendente, o una pagina Facebook, o un account Twitter con questo scopo. Oggi, con modalità user-friendly e a costo zero, chiunque può decidere di far diventare una propria idea il baluardo di un gruppo di persone, che la ripetono regolarmente, che non si parlano più di altro, che si auto-convincono di concetti senza nessun fondamento.
Ad oggi abbiamo più facilità a ricevere like parlando di uomini-rettili e metodi di cura alternativa piuttosto che di politica e riforme nella loro accezione reale.

Beppe grillo Letta Rettiliano

E l’uguaglianza politico=rettile vale più o meno per tutti i membri della casta.

Boldrini rettiliana

Il fatto che entrambe le foto siano prese dalla pagina di Grillo è completamente casuale come vedremo nel prossimo post riguardo i rettiliani della casata reale inglese.
La pagina di Grillo ha solamente la colpa di essere un’alcova di populismo dell’internet, in cui Rettiliani e NWO altro non sono che la nuova versione dei Savi di Sion.

La differenza tra la continua e infamante campagna contro la cosiddetta “stampa di regime” che, per quanto scadente possa essere il livello in Italia cerca quantomeno di tenersi dentro dei canoni giornalistici, e i divieti d’acquisto dei giornali successivi alla notte dei cristalli del 1938 sta solamente nel fatto che nessuno è ancora riuscito a incanalare la rabbia del cittadino verso i propri scopi.

Ci ha provato Grillo, ma il “popolo della rete” ha dimostrato più volte di non essere affascinato da qualcuno che tenta di cambiare il sistema dall’interno.

Del resto, che i regimi degli anni ’20/’30 nacquero su delle forti basi popolari, su una politica lasciva e menefreghista, non è una novità. Che ad oggi la scena politica continui a guardare di buon occhio questa distrazione di massa su temi senza fondamenti logici e reali non sembra essere più un segreto. Mentre la massa rifiuta il sostegno alle guerre “reali”, ne invoca altre di sua invenzione fantapolitica, come quella all’India nell’ormai inarrestabile fermento relativo ai Marò o “ai potenti che ci avvelenano ogni giorno con le scie chimiche”.

I giornali, soprattutto nelle loro edizioni online, specialmente nelle loro anteprime sui social, non sembrano interessati a far cambiare il modo di pensare e di riflettere ai lettori, ma anzi sfruttano questi movimenti popolari in una continua escalation di click bait che portano un quotidiano ad essere molto più simile ad una macchinetta per il video-poker piuttosto che un mezzo di informazione.

Pensate a Il Messaggero che per giorni ha continuato a linkare sui social la notizia di un giovane ucciso a Villa De Sanctis, anche quando era stato appurato che il ragazzo avesse 52 anni a poche ore dall’omicidio.

il messaggero omicidio gordiani

I rischi, in una situazione del genere, sono altissimi.
Lasciamo stare per un attimo l’allarmismo politico, che ce ne è già molto in giro.
I risvolti sociali di un popolo che rifiuta la cultura, la medicina e l’informazione “ufficiale”, e qualsiasi altro ambito si poggi su di un fondamento scientifico, possono portare conseguenze devastanti soprattutto per quelle generazioni di nascituri che non avranno possibilità di scelta e per quei giovani che oggi hanno come modello una folla di immigrati digitali che hanno smesso di ragionare sulle cose, e che danno più peso alle alternative trovate su internet piuttosto che a decenni di studi di cervelli pensanti sommati ad esperimenti empirici.

Il genio è un re che ha creato il suo popolo“, diceva sempre Tarde. Il popolo è pronto, è unito (seppur su temi che alla politica ufficiale non interessano, poiché spesso nemmeno esistono), è già stato formato dalla rete. Ma per fortuna all’orizzonte non si vedono né re, né tanto meno geni.
Per ora.

L’inutilità del ban delle pagine Facebook come strumento definitivo (o di come a questo giro mi ritrovo la Polizia sull’uscio di casa)

Il ban è quello strumento utilizzato dagli amministratori di un ambiente virtuale per vietare l’accesso o l’interazione con gli altri membri ad un determinato utente tramite il suo username, IP o indirizzo email.
In questo post in realtà facciamo riferimento alla funzione “Blocca” utilizzata dagli amministratori delle pagine Facebook, quindi non un vero e proprio ban, ma così viene correntemente chiamato nel linguaggio social.
Il blocco di un utente da una pagina permette ad un amministratore di eliminare il troll o disturbatore di turno con un facile click.
E’ sicuramente una di quelle funzioni che aiuta a tenere le redini della discussione, ma che allo stesso tempo permette di stroncare le discussioni sul nascere.
Se l’amministratore gestisce con dedizione la pagina questo strumento può essere spietato e ingannevole.
Durante la vostra esperienza social vi sarete ritrovati sicuramente a leggere link, post, commenti a foto in cui ritenete esserci solamente un mucchio di inesattezze e nessuna voce contraria. Una specie di pulizia dispotica dell’opinione pubblica.
E’ una di quelle cose che non mi è mai andata a genio.
Ho iniziato ad approfondire i miei studi sui social network un giorno in cui stavo discutendo riguardo ai cosiddetti taggaroli su Roma fa schifo, e avendo posizioni diametralmente opposte a quelle degli admin mi è stato impedito di continuare a discuterne.
Ma non stavo insultando nessuno.
Non stavo prendendo in giro nessuno.
Perché non posso parlare? perché dovrei rimanere tranquillo pensando che un determinato gruppo di persone elimina le voci fuori dal coro e continua a darsi ragione a vicenda?
Nacque così il secondo profilo, dapprima con nome e cognome invertiti rispetto al precedente poi storpiati in Tranelli Harlock per convenienza.
Creandomi un secondo account con lo stesso nome volevo far capire che ero sempre io, che non bastava un ban (o blocco) a farmi stare zitto, perché in 15 anni di internet so bene cosa non si deve fare, e in quel momento non avevo violato nessuna regola.
Quindi il blocco può diventare una funzione dispotica e censoria che, almeno secondo la mia esperienza, ha sempre scatenato un certo impulso incontrollato al trolling.
Trolling che, in questo caso, non ha veramente nulla a che fare con quella mostruosità virtuale che i giornali dipingono quotidianamente.

Veniamo ai fatti. Un paio di giorni fa mi sono imbattuto in un link che mi ha fatto saltare la mosca al naso pubblicato dalla pagina Andare a mignotte con Sandro Mazzola (pagina che raccoglie intorno ai 10.000 membri), riguardo al compleanno del giornalista Sky Federico Buffa:

original post

A prescindere dal parere personale riguardo uno dei giornalisti più apprezzati dal giovane pubblico, ho commentato col mio profilo “ufficiale”  dicendo con sottile sarcasmo che probabilmente prima di arrivare ad alcune affermazioni converrebbe andarci cauti visto che – fortunatamente – ci sono nella storia del giornalismo paragoni abbastanza importanti con cui il buon Buffa se la deve vedere.
Senza ricevere alcuna risposta dagli amministratori sono stato bannato con conseguente cancellazione del commento.
Come dicevo poco fa, sono questi i momenti in cui mi sento la libertà d’espressione strozzata in gola. Bannami, ok, ma almeno rispondi, scrivi qualcosa, argomenta la tua posizione, insultami se lo ritieni necessario.
Quando non riesco ad instaurare una discussione arriva sempre il momento di giocare la carta Tranelli e metterla sul loro piano.
Meme contro Meme questo è quello che ha postato Tranelli:

Indro-montanelli2Ban anche per Tranelli e cancellazione dei commenti.
Ho pensato che, tornando ancora una volta, e utilizzando Marika – una bella ragazza che commenta una pagina di calcio – sarebbero stati un po’ più sensibili, anche se al meme seguiva solamente una didascalia #freeTranelli. Il post di Marika era una specie di fotoromanzo con protagonisti Enzo Biagi e Michele Sindona:

Sindona Biagi

Ban. Ban. Ban.

Ok…. visto che si parla di calcio proviamo con il quarto profilo, Lucio.
Lucio ha solo due argomenti: il Duce o il calcio, le due cose si sposano tanto bene (soprattutto perchè gli amministratori di quella pagina definiscono Tavecchio uno che ha detto quello che tutti pensano ma nessuno dice. No, cari miei, io non li chiamo mangiabanane, nemmeno quelli che dopo vanno a giocare alla Lazio. Ma purtroppo di questo post me ne sono accorto solo molto tempo dopo).
Lucio ha linkato un articolo di Dino Buzzati sul Vajont, un articolo che potrebbe somigliare alle storie raccontate da Buffa. Un articolo che inizia con la disperazione del giornalista per la sua terra, con una frase molto enfatica (alla Buffa, per l’appunto), che mi ha sempre colpito molto: “un po’ come se a uno muore un fratello e gli dicono che a farne il necrologio deve essere proprio lui

Ban. Ban. Ban. Ban.

Mi restava a quel punto un solo colpo in canna,Manlio Luttazzo Fegit, critico d’arte. Un profilo praticamente mai utilizzato, mai veramente coltivato, quindi – io pensavo – ben poco credibile. Fortunatamente l’esca è andata a buon fine, probabilmente perché stanco di sentirsi “sotto attacco” da mezz’ora senza soluzione di continuità ha deciso di rispondere. Perché anche fare pulizia ritrovandosi sporco dopo un minuto alla lunga stanca.
Il commento degli admin (purtroppo la mania delle pulizie in stile Vetrix de Il mio grosso grasso matrimonio greco li ha spinti a cancellare tutto, anche i propri commenti) diceva fondamentalmente che Buffa è il loro idolo, un genio, e che se loro scrivono il migliore di sempre è anche perché hanno delle esigenze del pubblico da soddisfare, mentre se parlassero di Buzzati non li seguirebbe nessuno.
Se il muro contro muro non funziona, proviamo ad accarezzarli.
Manlio dice di conoscere bene Buffa, che è una persona molto umile e sarebbe in imbarazzo a sentirsi dire una cosa del genere. Cerca poi di dare agli amministratori qualche consiglio, ma visto il muro incrollabile costruito da admin che si dicono fieri di utilizzare in ban in maniera nazista, abbandono la pagina e apro gmail.
Creo un’email fake di Buffa (ehi Fede, non volevo rubarti l’identità, è stata una burla di un’ora… non querelarmi, ma se dovessi farlo ti prego di farne un caso mediatico!)

Inizio uno scambio di mail tra Manlio e il finto Buffa, ovvero tra me e me.
Ogni mail ha un testo completo e credibile, come fosse un vero dibattito tra due amici che non si sentono da tempo. Poi, dopo qualche email, mando questo screenshot agli amministratori

screen agli admin CLICK SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRE

Gli admin ringraziano Manlio

andare a mignotte con sandro mazzola

 

 

Dopo poco tempo inviano una mail al finto Buffa facendogli i complimenti. Gli rispondo qualche ora dopo dandogli qualche consiglio, e loro rispondono entusiasti, pur mettendo sempre e comunque le condivisioni del proprio pubblico come metro di paragone.

andare a mignotte con sandro mazzola3 CLICK  SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRE

 

A questo punto ho mollato, perchè continuare a fingermi Buffa non è tra i miei interessi, nè mi interessa realmente quello che pubblicano o fanno gli admin di Andare a mignotte con Sandro Mazzola.

Ma pensate un attimo al potenziale di tutto questo. Avrei potuto utilizzare il finto Buffa per instaurare una amicizia virtuale coi ragazzi. Avrei potuto invitarli a trovare il loro idolo chissà dove in Italia durante il periodo estivo. Avrei potuto fargli cambiare cose all’interno della loro pagina grazie ai consigli di un professionista. Avrei potuto imbambolarli per bene, con un po’ di applicazione. Probabilmente sarei riuscito a fargli modificare il post, o eliminarlo, o chissà cosa.

L’email del finto Federico Buffa è stata cancellata per evitare ogni tipo di fraintendimento:
account cancellato

 

A cosa serve un ban quindi?
Uno strumento di deterrenza, molto efficace con gli immigrati digitali che mai penserebbero (o riuscirebbero facilmente) a tornare e ritornare creando account diversi su piattaforme diverse.
Ma uno strumento aggirabile facilmente da chi è fruitore di internet da tempo.
Ritornare sullo stesso post con 5 account diversi, creare una finta email, costruire uno scambio di email, mi ha impiegato circa un’ora di tempo.
C’è stato poi del tempo lasciato passare solamente perché una risposta immediata da parte di Buffa sarebbe stata sospetta.
Invece è risultata credibile nonostante Manlio sia una evidente storpiatura parodistica del critico del Corriere della Sera, Mario Luzzatto Fegiz.
Nonostante l’indirizzo f.buffasky@gmail.com potesse sembrare più che sospetto ad occhi esperti, ancora siamo di fronte ad una massa ingenua ed impreparata a comprendere determinati segnali, facile preda per qualsiasi tipo di raggiro.

Nel mondo dell’immagine costruita ad arte tutto può essere falsificabile, ed in pochissimo tempo.
Internet è una trappola.
Un grande tranello. Cercate di non cadere nel pregiudizio dei molti scettici che pensano “ti pare che si mettono a fare tutto questo solamente per…”.
State attenti, soprattutto quando volete dare al parere della rete una possibilità decisionale che influisce sulle vite dei cittadini o un semplice peso nel bilancio dell’opinione pubblica. Internet è un mezzo meraviglioso per esprimersi, ma le espressioni dell’essere umano non sono sempre indirizzate verso l’armonia sistemica.
In una sola mattina sono stato 6 persone diverse.
Quattro “amichetti”, un giornalista sconosciuto ed uno famoso.
Un troll, un ultras, una ragazza, Manlio, me stesso, Federico Buffa.

Quanto vale uno, su internet?

 

 

UPDATE: Dopo che Manlio ha linkato questo post agli admin di Andare a Mignotte con Sandro Mazzola è stato bannato anche lui dalla pagina.
🙂