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Il cyberbullo non è un troll: la triste storia del signor K.

Quella che vi sto per raccontare è una storia molto triste, e ha bisogno di un piccolo preambolo. Ho sempre sostenuto che non bisognasse cancellare i nomi riportati negli screenshot presi su gruppi e pagine pubbliche, ma a differenza delle altre volte la storia sarà raccontata in maniera totalmente anonima. Qualcuno si è preso la briga di denunciare per diffamazione il protagonista della storia, che a sua volta ha prima minacciato querele, per poi passare alle minacce di morte. Proprio per questo stavolta saranno anonimi anche gli altri attori, tranne i miei personaggi. K, il protagonista di questa storia, è greco (o almeno dice di esserlo). K dice di essere professore e ricercatore all’università di Trieste, nel distaccamento di Gorizia. K utilizza utilizza queste argomentazioni per avere ragione del suo prossimo, per insultare, per sentirsi superiore. Incontro K un giorno di dicembre, in un gruppo che denuncia le malefatte dei politici italiani. Sta commentando una bufala. F, un ricercatore universitario, viste le sue risposte aggressive e saccenti, chiede a K dove insegni… K1 K sembra non avere le capacità grammaticali per essere un professore universitario, ma è straniero, e la sua assenza dai siti istituzionali può avere molte ragioni. K, infastidito dalle domande di F, inizia a proporre quesiti di fisica per dimostrare la sua superiorità culturale che attesterebbe – secondo lui – il suo essere professore universitario. K2 Arrivo sul thread attratto dal gran numero di commenti ad un link preso da Informazione.it, pagina di bufale di Ermes Maiolica, disinformatore di livello nazionale – specialmente dopo esser stato intervistato da Le Iene a causa della bufala su Teo Mammucari cocainomane.  Inoltre Maiolica ha la propensione a mettere la sua faccia più o meno ovunque, e all’epoca pensavo che dopo l’intervista su una TV nazionale fosse più difficile che l’utente medio cadesse nelle sue trappole. Invece… K3 Inizialmente penso che K sia un troll. Bello scherzo. Divertente. Poi inizio a indagare un po’ su di lui, al di fuori di Facebook. K ha un sito internet in cui dice di fare attività di import/export – ma sembra un sito di facciata, un contenitore di scatole vuote, e sul suo account Twitter – che utilizza per pubblicizzare le sue ripetizioni – racconta di come i bambini sono migliorati con lui, più altre stranezze varie. Su Linkedin K si occupa di import/export di materiali rari. K4Avete presente il profilo Twitter di un professore universitario? nulla di più diverso da questa roba. Inquietato e incuriosito decido di provocarlo un po’. E’ da tempo che sostengo che la provocazione svela la vera natura – e i veri interessi, soprattutto – degli utenti. K5 I deliri di K a questo punto arrivano ai massimi livelli. Intanto F scrive all’università di Trieste, ricevendo la conferma che questo signor K non ha mai lavorato per loro, né lo hanno mai sentito nominare. Io continuo a provocarlo, ad osservarlo negli altri gruppi. Più riesco a trovare informazioni su di lui, più K si scalda. In particolare dopo queste due infografiche che ho usato come commento a tutti i post che K lasciava in giro per i gruppi pubblici di Facebook (i gruppi pubblici sono disponibili sul suo profilo, è bastato entrare e scrivere il nome nella barra di ricerca per sapere dove e cosa stesse postando):

k6 k7png Una persona sulla quale è impossibile avere notizie certe, razzista, omofobo nei commenti ma in una coppia di fatto sulle relazioni, che organizza matrimoni gay e vende sextoys online, che si dice Accademico e allo stesso tempo imprenditore, che si vende come professore per ripetizioni private… voi lascereste mai vostro figlio nelle mani di un simile maestro? Io e F decidiamo di avvertire l’admin del gruppo in cui K ha dato via ai suoi deliri. M gli chiede spiegazioni. Ricevendo solo offese in cambio lo banna dal gruppo. Questo scatena l’ira di K, che inizia a spammare le nostre foto in giro, dicendone più o meno di ogni sorta, specialmente su M, che essendo una donna gli appare più vulnerabile. L’accusa continua – tra una minaccia e l’altra – è quella di essere al soldo del PD. Non credo che esistano riferimenti politici più lontani dal PD di quello a cui M è legata. k8 Deliri, follia, seguiti dallo spammare la mia foto ovunque – così come quelle di F e M, ma ogni volta cercando di evitare i gruppi in cui eravamo iscritti. Ha trovato la mia identità sul profilo di Marika, essendo tutto specificato in post pubblici. Del resto io non voglio truffare nessuno. K9 Non so sinceramente su quanti gruppi privati o segreti sia arrivata la mia foto, difficilmente lo scoprirò. Però so quanti gruppi hanno preso le distanze da questo signore, bannandolo. Se avesse potuto dimostrare di essere un accademico – o anche un imprenditore di prodotti di nicchia – invece che un truffatore, probabilmente si sarebbe risparmiato i soldi del taglia-gole. K10 Mi dispiace per il signor Daniele – che non conosco – che si è trovato in mezzo a questa situazione inquietante. Fortunatamente, quando ha capito che le minacce non risultavano credibili, ha diminuito molto il suo posting nei gruppi a cui è iscritto (e che saltuariamente – a distanza di 3 mesi – ancora controllo). Ha smesso di dirsi professore universitario, e mi sembra già un buon passo. Io, F ed M continuiamo ad aspettare che questi fascicoli che ha portato al ministero della difesa (greco?!? italiano?!?) abbiano un qualche effetto, ma siamo tutti sani e salvi. Questa vicenda mi ha dato nuovi spunti e alcune conferme:

  • Continuare a portare il dibattito politico su questo livello di conflitto fa passare i pazzi per dei capipopolo. Agli occhi degli utenti dei gruppi, inizialmente, io e F sembravamo sempre dei debunker pagati dal PD che volevano azzittire un uomo pieno di verità e forza d’animo che lottava per il popolo. E stiamo parlando di uno squilibrato.
  • Aver abbandonato il concetto di moderazione nei commenti è una cosa assolutamente controproducente. Non ci si può aspettare un livello qualitativo della discussione se l’unico filtro è l’amministratore che approva o meno un post, non potendo intervenire nei commenti. Il sistema delle segnalazioni risulta peraltro inadeguato: come scrissi tempo fa FB rischia di cadere nei ban sbagliati, situazioni che andrebbero fermate sul nascere si protraggono per molto tempo. Impensabili che gruppi come quello in cui è iniziata questa vicenda (12.000 membri) siano moderati solamente a livello di OP (inoltre nella gran parte dei gruppi non c’è neanche bisogno dell’approvazione degli admin).
  • Le minacce online sono meno sanzionate delle foto di black humor o di nudo. C’è qualche problema se il signor K è ancora su Fb con questo profilo (ne ha anche un altro attualmente attivo) nonostante decine di segnalazioni a commenti omofobi, sessisti, razzisti, minatori, etc.
  • Casi come questo potrebbero tranquillamente essere risolti se i social network investissero in personale privato che si occupi di controllare questi profili. Scoprire che il signor K era un millantatore è stato un lavoro piuttosto facile. E’ impossibile pensare che il corpo di polizia postale controlli tutto. E sicuramente neanche vogliamo essere osservati dal braccio armato della legge.
  • Se il troll è chi offende e minaccia su internet, chi era il troll in questa storia? Io penso di aver trollato abbondantemente il signor K in quei giorni, con ogni sorta di meme mi venisse in mente. Il tutto nasce da una bufala postata da Ermes Maiolica, definito troll sui media nazionali. Il signor K minacciava e insultava chiunque utilizzando l’aggressività già da prima che gli mettessimo i bastoni tra le ruote. Quando parlate di troll state dicendo tutto e niente. Io lo faccio per il lol, mi sento un giullare, e reputo gli altri due un disinformatore e un cyberbullo. Sono un troll, così mi chiamano. Lo è Maiolica, così lo chiamano. Non lo è il signor K, che come tutti i bulli avrà la sua triste storia alle spalle. Ma il fatto che minacci, insulti e cerchi di truffare gli altri utenti non fa di lui un troll. Non ha proprio mai trollato nessuno.

La diffusione delle bufale? Colpa dei quotidiani nazionali.

La diffusione delle bufale è colpa dei grandi quotidiani nazionali. 
L’industria editoriale, quella che conta, ha preferito degradare il livello qualitativo dei quotidiani nella loro versione online, estirpandone la natura di veicoli di informazione per renderli dei semplici contenitori di materiali virali che si trovano (molto facilmente) su internet. Le notizie vengono trattate alla stregua dei meme, i titoli non vengono più scritti per agevolare il lettore ma per attirare click al sito, la descrizione del link all’articolo che troviamo sulla pagina Facebook del quotidiano deve essere catchy, non accurata. Tante volte neanche fedele all’articolo. Catchy.
Le grandi firme di una volta hanno lasciato il posto ad un esercito di stagisti sottopagati che devono scovare nuovi video di gattini, flash-mob, formiche zombie, ice-bucket-challenge e attività virali di ogni sorta che fanno tendenza in quel determinato momento.
Contenuti che spesso risultano datati per i frequentatori più assidui del web, una continua ripetizione di materiali grafici che non assumono neanche quell’effetto vintage/divertente dei video di Paperissima, che da bambini avevamo la fortuna di vedere una o due volte, per quanto vecchi potessero essere.

Stagisti sottopagati (quando vengono pagati) e giornalisti alle prime armi oberati di lavoro si occupano di scrivere articoli da poche centinaia di battute – perché l’informazione nell’era dei tweet deve essere semplice e rapida – su economia, politica e società. Come se fosse facile in 10 frasi saper esprimere un concetto articolato o raccontare un fatto complesso.
Il risultato? Un abbassamento del livello qualitativo tale da rendere i quotidiani nazionali accostabili a siti creati da semplici utenti su piattaforme gratuite (una su tutte .altervista.com), sicuramente confondibili dagli utenti meno preparati, ma non solo. Tante volte basta solo un po’ di distrazione, di stanchezza, per confondere anche i naviganti più esperti. E quando diciamo “semplici utenti” intendiamo chiunque, dai bambini ai troll.

Per non parlare dei siti di bufale che hanno raggiunto una diffusione tale da potersi permettere un dominio proprio come Lercio o il Corriere del Corsaro che vengono presi per buoni anche da agenzie di stampa estere. Il che ci da una deprimente misura di quanto sia difficile discernere tra bufale e realtà nell’informazione italiana.

E’ vero che in Italia c’è scarsa educazione al digitale e pochissima attenzione da parte degli utenti, ma siamo sicuri di volercene prendere tutte le colpe?
Ci sono degli effettivi vantaggi nel non portare l’austerità dei quotidiani cartacei – che forse li rendeva elitari, ma facilmente riconoscibili rispetto a rotocalchi e quotidiani sportivi – nella loro versione online?
A parte i vantaggi economici di estendere la propria tiratura ad un pubblico che non si è mai avuto quando si era semplice carta, si intende.
Un pubblico che mai avrebbe confuso Cronaca Vera con Il Corriere della Sera, o La Stampa. 
Un pubblico che quando doveva essere ingannato – come nella bufala degli autori de Il Male su Ugo Tognazzi capo delle BR –  veniva ingannato da esatte repliche dei quotidiani nazionali.

il male fake

Oggi viene fatta la stessa identica cosa, ma il creatore di bufale non solo non ha bisogno di macchinari e di attori disponibili a farsi fotografare durante l’arresto, non ha bisogno neanche di utilizzare linguaggio giornalistico o di una impostazione grafica complessa.
Certo, sarebbe facile con i mezzi a disposizione oggi riprodurre qualsiasi cosa. Ma sicuramente far sembrare tutto un bazar, un suq, un ammasso apparentemente disordinato di notiziebuffevideoviralifotodivertentispezzoniditrasmissionetelevisiveimbarazzantipolemichecalcistichegossipedonnenude abbassa lo standard necessario al creatore di bufale per farle passare per notizie reali.  

E quando i quotidiani cartacei saranno definitivamente soppressi cosa resterà del giornalismo italiano?
Refusi, superficialità, confusione.
Sembra che la figura del correttore di bozze sia estinta, scomparsa.
Sembra che il gusto dell’indagine giornalistica sia venuto meno.

Sembra chiaro che contano solamente i click, sopraffare la concorrenza per avere più traffico.

Alcuni esempi?

In settimana il Messaggero ci ha ricordato che Massimo Bossetti, indagato per l’omicidio di Yara Gambirasio, non è il proprietario della regione tra la Turchia e la Bulgaria.

la tracia di bossetti

La Repubblica ha deciso di evitare ogni tipo di indagine giornalistica per un più facile Tweet. Ma se le informazioni le abbiamo noi, a cosa serve leggere il giornale? A questo punto twitto pure io con l’hashtag #NormanAtlantic e almeno mi relaziono di persona con le vittime.
norman atlantic

Il Corriere della Sera ha trafugato le vignette dei maggiori fumettisti italiani che esprimevano cordoglio per Charlie Hebdo regalandosi l’appellativo di #corrieresciacallo nell’hashtag che ha dilagato i giorni successivi.

Si potrebbe continuare a oltranza, ma se volete approfondire la tematica  vi consiglio queste pagine Facebook ricche di esempi di quanto appena detto:

Ah ma non è Lercio.
Giornalisti che non riescono a scopare.
Raccolta statistica di commenti ridondanti – per avere un’idea di cosa scatenano i titoli degli articoli e le loro descrizioni sui social.
L’ego del giornalista.

E se avete il dubbio di aver creduto ad una bufala, non dimenticatevi di dare un’occhiata a Bufale.net.

Il selfie di Totti per il NWO – il grande tranello dei social network

Martedì 13 gennaio, mattina. Mi sveglio influenzato ma carico per affrontare la giornata. Intorno a mezzogiorno vengo contattato da un amico con un’idea:

Sul selfie di Francesco Totti vorrei farti chiudere su una cosa molto interessante che farà chiudere molti patiti del gombloddo!

Foto di Totti: giorno della pubblicazione 11.01

Fotografo che compare dietro ha la pettorina con un numero 09

= 09.11.01 È un caso?E poi il telefono del capitano porta in bella vista il simbolo di una mela

Un richiamo forse alla grande mela??? Vediamo ora cosa crei!

“Maledizione Ale, ho da fare…” è l’unica risposta che mi gira in testa. La sfida però è troppo sfiziosa, così mi riprometto di concedermi una mezz’ora in pausa pranzo e provare se la mia Guida allo sviluppo casalingo di un complotto, scritta il giorno precedente, sia davvero affidabile.
Avendo già superato la fase “idea“, apro Paint e mi diverto a spargere cerchietti rossi tanto in voga in questi giorni di complotti sul Charlie Hebdo, aggiungo qualche domanda accompagnata da numeri esagerati ma non completamente errati (350 non erano solamente i fotografi presenti, ma giornalisti e fotografi accreditati) e ne viene fuori questo:

totti selfie original pic

Gioco con l’immaginario collettivo del tifoso giallorosso, che tante volte ha sentito accostare la massoneria alla sua squadra, e che oggi è riuscita a rendere l’argomento un divertimento, grazie al lavoro meraviglioso di Ipotesi di gomblotto – quella che ritengo essere l’unica pagina Facebook veramente originale concepita nel mondo delle pagine calcistiche. Così mi fingo un tifoso laziale e la posto su un gruppo dove il simbolismo fa da filo conduttore. Difendo la mia idea dalla miriade di insulti ricevuti, mi mostro accondiscendente con chi è invece attratto dal contenuto del post, ed ecco che chi legge da spettatore esterno ha la sua chiave: “anvedi sti laziali quanto stanno a rosicà, non sanno più che inventasse“.

Non carico la foto altrove, so che quello è il gruppo dove massimizzerò la viralità del meme.

Mercoledì 14. A metà mattinata un altro amico mi scrive che il mio meme è sulla pagina della radio ufficiale della Roma, accompagnato dalla didascalia “complottari impicciati”. Ne hanno parlato anche in radio, mi dicono. Probabilmente lo screenshot era stato riportato da qualcuno su Twitter (mezzo di trasmissione e diffusione efficacissimo). Ci sono cascati con tutte le scarpe. In meno che mai la foto è stata ripresa da tutte le principali pagine romaniste, arrivando con centinaia di condivisioni ovunque nell’universo social legato alla squadra di Trigoria.

Insomma, la guida al complotto funziona. Generare un complotto che diventi virale è facilissimo. Spesso la viralità è data più da chi non ci crede che, pur non volendo, diventa vettore della notizia.

Se è facile che diventi virale un’ipotesi campata in aria come il fatto che l’esultanza di Totti fosse un rituale di omaggio ai grandi atti compiuti dalla massoneria e dal nuovo ordine mondiale (l’auto-attentato alle torri gemelle, 14 anni dopo), figuriamoci quanto sia più facile farlo su episodi come Charlie Hebdo, soprattutto nelle ore subito successive agli attentati, in cui le notizie sono poche e confuse, mentre a piazzare cerchietti rossi si fa tanta poca fatica… Pensate soprattutto ai danni che si rischia di fare quando invece di un idolo calcistico si vanno a toccare le paure delle persone.

Già trovate di tutto su internet. E più passerà il tempo, più cresceranno ragazzi nativi digitali che sapranno utilizzare il mezzo per i loro scopi. Per questo tutti meritano una uguale educazione all’utilizzo della rete, ai suoi rischi, alle sue possibilità, ad una regolamentazione che va perfezionata senza distruggerne la libertà di fondo. Perché la rete sia un universo di condivisione di conoscenze, di crescita personale, di dialogo.
Altrimenti si corre il rischio di far entrare in vigore la legge del più furbo, dove quei pochi che ne hanno capito i meccanismi saranno liberi di schiacciare l’altro, che ancora utilizza internet come fosse una televisione: uno schermo in cui i contenuti generati da terzi diventano la nostra realtà oggettiva.
Che è il motivo per cui oggi viviamo una società virtuale che crede ad ogni bufala, ad ogni complotto, e che fa del “l’ho letto su internet” un motto con cui giustificare le azioni più folli.

PS: Una precisazione sui recenti avvenimenti francesi. C’è una grossa differenza tra lo scrivere #JeSuisCharlieHebdo ed esserlo veramente. Io non ho mai postato questo hashtag, ma penso di essere molto più CharlieEbdo di voi.

totti selfie reazioni

Guida per generare un complotto da casa.

Ogni giorno sulla rete ci si può imbattere in un complotto diverso.
Spesso legati da un filo comune – massoneria, nuovo ordine mondiale, case farmaceutiche e multinazionali –  e ricchi di elementi intriganti, i complotti sono uno dei maggiori aggregatori dei social italiani e uno tra i principali portatori di click per piattaforme online e gestori di siti.
Una vera e propria autostrada del traffico di dati virtuale, se si pensa che al numero di appassionati bisogna aggiungere quasi altrettanti debunker, utenti che vogliono “sfatare il mito” e seguono ogni giorno le vicende.

Prima di iniziare a costruire il vostro complotto, facciamo un resoconto sul materiale necessario:

  1. una connessione internet
  2. un software di grafica semplice
  3. un’idea
  4. conoscenza minima del mondo dei complotti (non necessaria se la qualità dell’idea è alta)

Aiuteremo la guida con un meme messo in rete subito dopo la morte di Pino Daniele.

STEP 1 – La genesi del Complotto

Per far nascere il miglior complotto possibile, è fondamentale avere timing sul trend della rete.
Carpe diem! Quando il fatto accade dovete pensare più velocemente della rete e, dopo aver partorito l’idea di base, trovare più collegamenti possibili che possano stuzzicare l’attenzione e la curiosità dell’utente che andrà a leggere. Nel caso del meme su Mango e Pino Daniele siamo stati molto fortunati: il 5 gennaio era uno spento giorno di fine festività nell’internet italiano, se fosse successo due giorni dopo la viralità sarebbe stata letteralmente soppressa dall’attentato a Charlie Ebdo.

Se un grande della musica come Pino Daniele viene a mancare pochi giorni dopo Pino Mango, possiamo accostare i due non solo per la professione, ma anche per il nome Pino, l’albero pino, l’albero pino e l’albero mango, per poi trovare quanti più personaggi pubblici facenti lo stesso mestiere che possano proseguire la catena.

La realizzazione del meme deve essere rapida e veloce, non pensate che un’immagine creata con Photoshop e curata al minimo dettaglio sia più efficace di una immagine creata con Paint.
Chi segue questo blog ha avuto modo di vedere che, soprattutto agli occhi di un immigrato digitale, la realizzazione perfetta sembra una comunicazione top-down, creata da una figura professionale – qualcuno direbbe un professorone servo del sistema – mentre una immagine più rudimentale è sicuramente il frutto di una produzione bottom-up (se non bottom-bottom) creata da un utente qualunque nel quale è più facile riconoscersi.
Questo è il motivo per cui Povia usa il Comic Sans per i suoi meme complottisti di successo.
Non dimenticatevi di rendere il complotto leggermente grottesco, che un pizzico di umorismo è il sale del trolling che piace a noi. Se volete potete sempre firmare il meme in qualche modo.
Questo è stato il risultato del nostro esperimento.

cosa vogliono dirci

STEP 2 – DIFFUSIONE DEL COMPLOTTO

La diffusione del meme deve essere mirata ad un target specifico: sarebbe inutile postare questo meme su gruppi o pagine inadeguate, ad esempio riguardanti le scie chimiche. Sceglieremo quindi gruppi in cui il simbolismo (nomi, alberi, numeri, oggetti, fiori) è la legenda con cui leggere la realtà proposta ogni giorno dai media.

Lo spamming non deve essere esagerato, e soprattutto cercate di farlo con lo stesso profilo utilizzando parole diverse, in modo da non sembrare un bot che utilizza fake per postare spam nelle pagine.

Da questo momento in poi sperate nelle buone condivisioni, cioè nelle condivisioni di quelle pagine o di quegli utenti che, in questo non più tanto piccolo mondo, sono opinion leader o gestori di siti di genere con un proprio pubblico affezionato. Solo una volta condivisi da questi, il meme raggiunge picchi di viralità interessanti, come se questo garantisse genuinità al lettore.

STEP 3 – L’EVOLUZIONE DEL MEME

Per una adeguata crescita del complotto bisogna prestare continua attenzione al meme anche dopo averlo postato. Andate a leggere cosa se ne dice nei commenti alle condivisioni pubbliche. Fiumi di debunker arriveranno a controbattere tutte le tesi proposte dal nostro complotto. Dovrete pensare in anticipo a come rispondere alle critiche. Per fortuna la rete garantisce un intero archivio di documenti – originali o falsi – per sostenere qualsiasi argomentazione. Fatevi vedere fermi, informati sui fatti, non insultate, non rispondete agli insulti, date al vostro pubblico l’impressione di credere davvero nella vostra idea e di difenderla di fronte agli addormentati.

Continuate a cercare fili, collegamenti, fate crescere la leggenda. Ringrazio l’amico che mi ha dato l’intuizione della sequenzialità delle date di nascita che vedete nell’esempio.

Mango Daniele Data di nascita

Solo così, quando gli opinion leader di cui sopra diffonderanno la vostra creatura, l’idea arriverà già fortificata rispetto al meme di partenza.

Giuseppe caputo età Pino Daniele Mango

Le condivisioni da questa pagina sono arrivate a più di 50 in una giornata, le quali hanno dato vita ad un’altra serie di condivisioni, portando la questione fin sui gruppi anti-complottari, con una viralità in progressiva crescita fino alla rimozione del contenuto.
Rimozione avvenuta probabilmente dopo la pubblicazione, con rivelazione del contenuto e della sua origine – cioè questo blog – su next quotidiano, articolo che è però stato condiviso altre 250 volte.

CONCLUSIONE

Se è vero che l’unica cosa che conta nelle rete è il traffico, da cui deriva la pubblicità, fonte di ricavi per i grandi provider – come sostiene Duccio Facchini nel suo Troll Inc., edito da Altraeconomia a fine 2014 – allora questa è una delle fette più importanti del mercato.
Perché se è vero che internet è una finta democrazia dove il fabbisogno di click portatori di soldi giustifica la libertà di insulto dei troll che si accaniscono nei commenti ad ogni articolo, è anche vero che gli argomenti di cronaca e politica sono quantomeno limitati in base alla realtà politica e sociale del momento.
Al contrario il mondo dei complotti, il mondo dei meme in comic sans e delle infografiche fatte in casa, è un mondo infinito.
E’ un mondo dove alla creatività e alla fruibilità si aggiunge non il gusto, che può essere personale, soggettivo e quindi limitante, ma l’intrigo, che stimola la curiosità e mette la pulce nell’orecchio soprattutto agli immigrati digitali che credono internet una finestra sul mondo reale.
La curiosità è un istinto ancestrale, è una forza non visibile ma spesso irrefrenabile. Basta pensare che per millenni è stata utilizzata come espediente narrativo per giustificare la cacciata dell’essere umano dall’Eden.
La curiosità si paga, dice un detto delle mie parti.
La curiosità paga, mi viene da pensare riguardando i numeri raggiunti dalle statistiche di questo blog nei giorni di viralità del meme. E senza che sul blog fosse stato postato alcunché.

tranelli stats

Quindi, se da una parte dovete prendere con le molle quello che trovate su internet, dall’altra potrete capire che internet siete anche voi: potete essere voi a generare i contenuti originali (oc), voi che potete creare, fare e disfare, voi a decidere di cosa volete o potete parlare oggi, e perché.

Con l’augurio di un ottimo 2015, l’analisi dei primi 6 mesi di blogging!

I folletti delle statistiche di WordPress.com hanno preparato un rapporto annuale 2014 per questo blog.

Ecco un estratto:

Una metropolitana a New York trasporta 1 200 persone. Questo blog è stato visto circa 5.500 volte nel 2014. Se fosse una metropolitana di New York, ci vorrebbero circa 5 viaggi per trasportare altrettante persone.

Clicca qui per vedere il rapporto completo.

Social & Thanatos

Nelle ultime settimane diversi casi hanno spostato l’attenzione mediatica sui social network.

Uno dei casi che ha avuto più rilevanza è quello del carabiniere che dicendosi Adam Kadmon – probabilmente per avere risonanza mediatica, dimenticandosi che il 99% della gente sana di mente non ha assolutamente idea di chi sia Adam Kadmon – annuncia la sua fine su Facebook e il giorno dopo viene trovato morto. Probabilmente suicida, ma se volete di teorie del complotto dietro questo fatto ce ne sono a bizzeffe.

luigi miguel chiasso

Dopo qualche giorno è stato il noto disturbatore televisivo Gabriele Paolini ad annunciare su Facebook il suo suicidio. La polizia sarebbe entrata in casa mentre questo aveva già assunto ansiolitici e stava riprendendo la scena con una telecamera.

gabriele paolini

E’ di quei giorni anche il caso shock di Cosimo Pagnani, che uccide la moglie e subito dopo scrive “sei morta troia” su Facebook.
Riporto lo screenshot fatto a pochi minuti dall’uscita della notizia perché, prima della chiusura del profilo si è arrivati intorno ai 300 like a causa di uno scherzo di un gruppo di troll, come spiegato in questo articolo de La città di Salerno (signor Chiusi, condivido pienamente quanto scrive, ma Banda Degrado era un gruppo segreto, pubblicare screenshot senza oscurare i nomi non è stata cosa molto carina). Nella vicenda di Pagnani il problema della privacy riguarda tutto l’ambiente, considerando che anche sul profilo della moglie possiamo leggere i loro problemi, esposti pubblicamente.

sei morta troia

Mentre negli States si viene incriminati per aver pubblicato testi di canzoni che risultano minacciosi nei confronti dell’ex moglie che ha appena ottenuto un ordine restrittivo (spiegato molto meglio qui su Tech Economy da Rachele Zinzocchi), in Italia si può postare più o meno qualsiasi cosa ricevendo pacche sulle spalle dagli amici, o addirittura dalle future vittime, come l’uomo che ha ucciso la moglie e il figlio a Numana, che pubblicava foto con pistole e fucili, o post come questo che, a quasi un anno di distanza dalla pubblicazione, fa venire i brividi.

ANCHE OGGI NON HO UCCISO NESSUNO

Ci sono state anche le decine di video della morte in diretta di Mango, diventata virale sui social.
I siti di notizie prendono i video girati con gli smartphone dagli spettatori e poi condivisi con privacy pubblica su Facebook, o su Twitter dove tutto è pubblico, ci mettono sopra la loro etichetta, e subito li diffondono, con tanto di commenti della gente in sala che dopo la morte dell’artista risultano decisamente fuori luogo tipo “con questo video faccio i miliardi“.

Il problema della privacy è una questione annosa e contorta che rientra nella mancanza di educazione ai social network di cui mi sono promesso di scrivere il prima possibile.
Ci sono però due punti che voglio sottolineare:

  • Se volete che tutto il mondo veda ciò che pubblicate, apritevi una pagina e non utilizzate il vostro profilo privato. E’ quello lo scopo delle pagine.
  • Se state scrivendo qualcosa sul vostro profilo privato come semplice sfogo, o “terapia“, come sostenuto dal sopracitato uomo incriminato negli Stati Uniti per il testo di una canzone, e non volete finire processati, applicate le restrizioni alla privacy in modo da condividere quei sentimenti con persone di fiducia che capiscono cosa volete dire e cosa provate. Oppure tenetevele per voi.restrizioni privacy

Condividere la morte è una cosa che ognuno è libero di fare. Mettere like al “sei morta troia” può far ridere. I video della morte di Mango hanno raggiunto migliaia di condivisioni e i like a questo status sono stati centinaia. Ognuno è libero di vivere il social network come meglio crede, però non possiamo poi lamentarci di come stia scadendo la stampa italiana, se mangiamo tutto quello che ci da in pasto, perché l’offerta è spesso fatta dalla domanda.

Inoltre, è da casi come questi che si iniziano a progettare le leggi, e se in America si sta discutendo sul modo di applicare una legge contro le minacce online e i cosiddetti hate speech senza ledere al primo emendamento, in Italia il passaggio potrebbe non essere così democratico. Sta a noi, all’utilizzo che quotidianamente facciamo del mezzo social, a come ci esponiamo nei confronti della sfera pubblica, influenzare quale iter prenderà la regolamentazione della rete.

Se questo continua a essere il trend, difficilmente si potrà continuare a difendere la libertà di espressione senza apparire come difensori della violenza, dello sproloquio e delle minacce.

Sbatti il troll in prima pagina.

Negli ultimi anni vi sarà capitato di sentire parlare su tutti i media di questi maledetti troll.
Fino a qualche mese fa maleducati, infami, sabotatori. Oggi sadici, psicopatici, machiavellici e narcisisti grazie al famoso studio canadese sulla personalità dei troll.

In realtà gli studi sono stati due, riuniti in un unico paper, e hanno analizzato un campione di 1215 persone reclutate online e pagate per rispondere a dei questionari. Quindi non è uno studio sui troll, ma uno studio sulla percezione del trolling che hanno gli utenti e sulle sensazioni che li hanno portati a scrivere un determinato tipo di commenti.
Una ricerca senza dubbio impeccabile, ma perché a differenza delle altre ha trovato tanta risonanza mediatica?
Attenzione: per tanta risonanza mediatica intendo dire che questo studio (pubblicato a febbraio) è stato riportato, in circa 100 giorni di monitoraggio (17 luglio/27 ottobre) più di 30 volte su vari siti di informazione. Quasi un articolo ogni tre giorni per ricordarci che la rete è piena di persone spregevoli. E’ stato riportato sui principali siti di informazione (Repubblica, La Stampa, Il Post, Wired) in cui nessun giornalista si è chiesto se fosse poi tutto oro colato questo studio.
Partendo dal presupposto che se possiamo studiare un singolo utente preso a caso per “determinare quanto quella persona fosse interessata a comportarsi da troll“, è anche vero che non abbiamo dimostrato che le personalità dei troll siano necessariamente e solamente circoscrivibili a quelle quattro tipologie. O meglio, si è definito comportamento da troll il cyberbullismo, tuttalpiù l’hating, e da questo sono stati fatti studi su di un migliaio di utenti che hanno voluto compilare dei questionari per ricevere un compenso, non su un migliaio di sedicenti troll.

Dicevamo degli articoli usciti negli ultimi 100 giorni, poiché è il tempo intercorso dall’uscita di un altro studio che invece non ha avuto nessuna risonanza tra i media italiani (Tranelli 1 – Resto del web italiano 0). Lo studio di Jonathan Bishop, fondatore del Centre for Research into Online Communities and E-Learning Systems, e intitolato “Representations of ‘trolls’ in mass media communication: a review of media-texts and moral panics relating to ‘internet trolling’ e pubblicato a luglio sul “International Journal of Web Based Communities” ci spiega innanzitutto una cosa semplicissima per chi ha vissuto lo svilupparsi della rete prima della sua massificazione: i troll non sono solamente i cyberbulli.

Troller Character Type

Tutta una serie di figure di “good trolling” che sono state dimenticate dai media e che vengono quotidianamente osteggiate sulla rete dagli altri utenti, secondo i quali dietro un po’ di sano trolling c’è – di regola – un ritorno economico e un fine sadico e umiliante nei confronti dell’utente trollato. La parte LOL, la parte di intrattenimento è completamente oscurata. Evidentemente per qualcuno su internet bisogna ridere solamente con i meme dei gattini (che Tranelli adora, ma insomma…..) e con le smorfie dei personaggi televisivi catturate e riprodotte in massa (che invece fanno ridere Tranelli molto meno) o i meme in italiano (che Dio ce ne scampi).
Lo studio mostra come, dopo il 2011, i media abbiano iniziato a dare risalto solamente a casi di cyberbullismo – specialmente per trovare un nuovo target, dopo un decennio di focus sui terroristi – e di come i casi di bad trolling venissero trattati differentemente in base alle linee editoriali e in base al tipo di media utilizzato, in un confronto tra radio, giornali e televisioni inglesi. Questo confronto lo potete vedere da voi nel paper sopralinkato di Bishop, mentre qui di seguito vorrei tradurre alcuni passi molto interessanti, cercando di fare piccoli confronti grafici coi titoli delle testate italiane.

  • I Paesi anglofoni hanno rapidamente adottato il termine trolling per comunicare al meglio idee e concetti che riguardo forme di abuso e maltrattamento su internet.
    Per i Mass media il panico morale aiuta a creare sia intrattenimento che interesse nel pubblico.
    Il termine trolling essenzialmente si è trasformato dal significare “provocare l’altro per un reciproco divertimento” al significare “maltrattare gli altri per il proprio godimento”.
    troll sadici repubblica

    Capite la non troppo sottile differenza tra “reciproco divertimento” e “rispondete con l’indifferenza“?

  • Il termine troll evoca differenti significati nelle persone. E’ una differenza tale nel descrivere il concetto che sarebbero necessari due termini che dovrebbero essere distinti l’un l’altro come entità. Il termine troll potrebbe sostenere diverse definizioni e significati in generale, e non è possibile evocare un solo ed unico significato per ogni persona.

troll sadici la stampa
Allora com’è la storia: sono solo una cosa, o possono essere diverse cose?

  • Uno dei primi tentativi di definire il trolling c’è stato a metà anni ’90 con il libro Netlingo, ma il termine potrebbe risalire agli anni ’60, nato nelle comunicazioni militari dell’esercito U.S.A. prima dello sviluppo di internet per le masse, o in quelle pratiche rese famose dal film Top Gun, che consistono nel provocare una recluta durante l’addestramento per testarne punti di forza e debolezze. Che è poi quello che fanno gli utenti anziani nelle comunità virtuali per testare i nuovi iscritti, le cosiddette guerre di flame, per capire chi può veramente diventare parte della comunità virtuale. 
    Per altri il termine troll proviene dai mostri della tradizione norvegese che si nascondono sotto ai ponti per balzare sulle loro vittime. Se si pensa a queste varie tipologie di significato, è facile capire come sia nata la differenziazione dei significati.

troll sadici tech economy

Tanto per capirci, è dagli anni ’60 che si utilizza il trolling, da prima che la rete divenisse pubblica, ma sono i troll che la stanno distruggendo. Sarebbe anche bello chiede al signor Berners-Lee quali speranze aveva riposto nella rete, ma tant’è…

  • TROLLING CLASSICO E TROLLING ANONIMO
    Il termine trolling è cambiato da una concezione che si aveva negli anni ’90 a quella popolarizzata dai mass media intorno al 2010.
    I media hanno iniziato questa operazione intorno al 2011 dopo un numero incredibile di casi di “RIP Trolling”, dove venivano prese di mira le pagine in memoria di persone scomparse.
    L’utilizzo del termine troll per descrivere comportamenti sovversivi o trasgressivi ha preso vita dopo che il collettivo di “hactivist” Anonymous ha iniziato ad utilizzare il sito di Manga 4chan per condividere le proprie angherie verso gli utenti della rete per il proprio godimento.
    Questo ha creato una differenza facilmente definibile tra i troll in senso classico e l’utilizzo moderno del termine. Il trolling classico è fatto per l’intrattenimento consensuale di tutta la comunità o per essere condiviso con gli amici della propria cerchia per incoraggiare il trolling. Questi troll quindi lo fanno per il proprio piacere, anche se vi è una vittima che non ha alcun beneficio da esso.

    troll sadici wired
     
    Si passa da sito dei Manga utilizzato come appoggio dagli hacker di Anonymous al forum dei nudi delle celebrità.

  • Alcuni hanno definito i troll come qualcuno che da inizio a delle discussioni che sembrano avere delle domande legittime, ma con il fine ultimo di portare gli altri utenti in discussioni assolutamente inutili. Questa è la forma del flame-trolling, che non intende essere umoristico, comparato con quella forma di intrattenimento chiamato Kudos (lett. gloria, fama) trolling, che può essere basato – ma non lo è esclusivamente- su un tipo di humor trasgressivo.
    Bisogna sempre tenere conto che quello che è offensivo per una persona (come un flame) può essere intrattenimento per un altro (kudos). Questa distinzione va fatta sia per il trolling anonimo che per quello classico. Uno può considerare una forma di flame trollare i novelli – poichè li incoraggia a trollare – ma è il trolling meno distruttivo, è un rituale in cui entrambi cercano di avere la meglio sull’altro in maniera pacifica, che dovrebbe quindi essere visto come kudos trolling.

    troll sadici wired2 Citando i più grandi poeti contemporanei “Quando c’è sentimento, non c’è mai pentimento”

  • Abbiamo visto come i mass media abbiano adattato la parola troll tra il 2010 e il 2011. Nel marzo 2011 in particolare, giornali come il Daily Mail e il Daily Express, che avevano cucito su misura il contenuto ad un pubblico in maggioranza di ‘destra’, hanno fatto diventare “trolling” un termine utile per descrivere persone che maltrattano gli altri online, a seguito di un colloquio con uno studente inglese che aveva fatto uno studio su 4chan.
    Contemporaneamente la stampa australiana cominciava ad usare un termine derivato per differenziarli, ‘cyber-troll’, riferito alle persone che postano ‘anonimamente’, o nascondono la loro vera identità di per sé, al fine di ottenere il godimento nel provocare e danneggiare gli altri, piuttosto che la versione del termine mutata da 4chan, che invece deriva completamente dalla cultura on-line. Ci si potrebbe chiedere se il ‘RIP trolling’ è davvero internet trolling, quando la maggior parte degli elementi prova il fatto che questo esiste perché l’utente si sente in obbligo a distruggere un sito-memoriale, perché viene utilizzato da persone che vogliono ‘saltare sul carro’ invece di essere utilizzato esclusivamente da coloro che conoscevano il dolore genuino defunto e esperienza.

    troll sadici corriere

  • Una cosa certa dei media di tutte le ere è che fanno affidamento sugli stereotipi popolari per trasmettere significati che provocano attrazione nel loro pubblico. L’organizzazione massmediatica è una delle componenti economiche del mercato d’affari mondiale. Esistono per uno scopo, per favorire i loro dati di ascolto, utilizzando tutti i mezzi a loro disposizione.
    I mass media sono noti per tenere un messaggio semplice, visibile e adattabile alle nostre vite. Le organizzazioni dei mass-media hanno da tempo creato personaggi trasgressivi demonizzati per aumentare il loro pubblico. La copertura mediatica sul terrorismo per esempio, soprattutto su comportamenti e situazioni particolarmente prolungati come la presa di ostaggi o i dirottamenti, ha fornito una fonte inesauribile di notizie sensazionali, visivamente coinvolgenti, storie capaci di incrementare l’audience. 
    Il modo in cui la parola troll è stata demonizzata, che è lo stesso in cui sono stati demonizzati termini come “terrorista”, mostra il modo in cui i media manipolano e cambiano il significato delle parole per i propri fini.
    Ai tanti caratteri stereotipati dai media a cui possiamo risalire, dovremmo inserire anche la preservazione della Net Generation. 

    E’ noto da tempo che non tutti i troll sono fastidiosi e possono trollare ugualmente per il bene o per il male.

    troll sadici titoli vari

     Se trollano per il bene e per il male allo stesso modo, sono io lo sfortunato che trova solo articoli sul male, o il bene non fa notizia?

  • Il termine ‘troll’ è cambiato negli ultimi anni, a significare non solo la provocazione nei confronti degli altri utenti su internet, ma anche il maltrattamento. Si potrebbe sostenere che l’uso oramai principale del termine, quello dispregiativo, è guidato dal desiderio dei media verso il panico morale così da spostare le sue pubblicazioni nel momento in cui la crescita economica è bassa. La natura di come il troll e il trolling sono presentati varia tra le diverse fonti di notizie, e questo ci suggerisce come il panico morale intorno al trolling sia presentato a diversi tipi di pubblico in base alla gratificazione che questo riceve dal media di riferimento (in questo articolo in particolar modo la differenza di presentazione al pubblico del Daily Express e del Daily Mirror). Non solo cambia la visione del troll e del trolling a seconda della linea editoriale del giornale, ma questo studio ha evidenziato anche le differenze di come troll e trolling sono presentati dalla stessa pubblicazione multimediale, sui siti web e sulla stampa a seconda dell’obiettivo del giornalista.

    Questo studio dimostra come i media presentano in maniera assolutamente calcolata e diversificata le persone (in questo caso i troll) a seconda del giornalista o del giornale. Nel complesso ha dimostrato come ci sono tecniche chiare impiegate dai media per trasmettere particolari messaggi relativi al trolling. Questi variano tra giornali, in base ai diversi tipi di pubblico che consumano contenuti in diversi modi. La demonizzazione degli adolescenti troll digitali portata avanti dai media fornisce un modo utile per propagare il ciclo della giustizia minorile.
    Questi giovani, che sono la nuova generazione di nativi digitali, godono del controllo sull’uso e la produzione (propria) dei mezzi di comunicazione, produzione che non fa di certo sentire a proprio agio qualche giornalista. In un ciclo di stampa, i giovani sono presentati come ragazzi che si maltrattano a vicenda, a causa di una società distrutta. Poi però, nello stesso ciclo, questi stessi ragazzi sono anche presentati come le vittime degli abusi. Questo può dipendere dal focus dei media sul cyberbullismo dei ragazzi più giovani, o su come e quanto le celebrità consentano ai loro figli l’utilizzo di smartphone e internet in generale.

troll sadici la stampa

Beh, per fortuna ho letto su La Stampa che stiamo per estinguerci, per la pace di editori e giornalisti che proprio non vogliono saperne del fatto che sarebbero dovuti essere loro ad adeguarsi alla rete (che non conoscono), piuttosto che la rete ad adeguarsi a questa massificazione di utenti cafoni, strafottenti e senza alcun senso dell’umorismo che parlano il più delle volte di cose che non sanno, e che non vogliono sapere.

Non bevetevi tutto quello che leggete, soprattutto se non avete assolutamente idea di cosa state parlando. E se trovate un utente con un profilo falso, costruito, che non parla sul serio, non vuole per forza fregarvi o farvi cambiare idea politica. Probabilmente nessuno lo paga. Magari vuole solo divertirsi e farvi divertire.

Senza chiedervi un euro.

Il trolling come metodo d’indagine

E’ possibile utilizzare il trolling come metodo d’indagine preliminare per centrare al meglio il target che più ci interessa sui social network?

Su Facebook, la sponsorizzazione di un post di una pagina pubblica che raggiunga tra le 17.000 e le 40000 persone costa intorno ai 50€ giornalieri.
Ci sono gruppi che contengono migliaia di persone nei quali, se si riesce a “tenere in alto” il post, si raggiunge un infinito numero di persone senza alcuna spesa.

Per tenere in alto il post non si intende più scrivere “up” nei commenti, come nel mondo dei forum, ma bensì di ottenere un buon numero di “mi piace” in modo che l’algoritmo lo ritenga un post degno di attenzione.
Con un numero discreto di profili fake è sufficiente mettere like istantaneamente per far evidenziare il post in alto già dal momento della pubblicazione.
Spesso questi gruppi non hanno una tendenza ben definita, anzi: due o più gruppi apparentemente simili possono rivelare nature molto diverse.
Proviamo a vedere un esempio.

Dopo l’annuncio delle probabili dimissioni di Napolitano da Presidente della Repubblica il web è subito andato in fermento.
Questo fermento popolare favorisce notevolmente il trolling, poiché la gran parte degli utenti – soprattutto gli immigrati digitali di fascia 45/70 – sono coinvolti a tal punto da prendere sul serio qualsiasi commento o post trovato online.

Ora, parlando di trolling qui non intendiamo di certo pesonalità sadiche, insulti o cyberbullismo nei confronti di altri utenti, ma quelle trollate che nel gergo degli utenti (nativi digitali, il più delle volte) sono intese come degli inganni fatti solamente per ridere, a scopo goliardico, “per il lol“. Insomma, quelli che qui chiamiamo Tranelli, evitando il cacofonico neologismo e risparmiandoci questo arzigogolo linguistico per cui le trollate e i troll sono due cose completamente distinte. Il che dovrebbe far riflettere tutti quei giornalisti della rete che scrivono i loro articoli su troll e trolling riprendendo da mesi lo stesso studio canadese sulla personalità deviata e non capendo in realtà di cosa stanno parlando.

Tralasciando sterili polemiche linguistiche, questo è un piccolo esempio di tranello in un periodo di fervore popolare  (rimosso dopo meno di due ore dagli amministratori del gruppo)

travaglio grazie

371 commenti in un’ora, per fare un semplice “gioco” – in stile serioso – in cui si possono votare Indro Montanelli, scomparso nel luglio 2001, e Luciano Liboni, detto il lupo, criminale di lunga data ucciso dai carabinieri al Circo Massimo di Roma dopo giorni di latitanza e conflitti a fuoco con le forze dell’ordine.

Questo post è apparso nel gruppo “Marco Travaglio, grazie!“, la stessa foto è apparsa su “MARCO TRAVAGLIO & PETER GOMEZ” e “Ecco la vera denuncia contro i politici“.
Tutte le foto che vedrete in questo articolo sono state postate su questi tre gruppi, che non sono pubblici, quindi i nomi dei commentatori, questa volta, saranno cancellati.

Le figure di Liboni e Montanelli sono ovviamente rivelatrici del tranello, ma non solo.
Se noi intendiamo utilizzare il trolling come metodo d’indagine, questo ci permette di farci un’idea sul livello di cultura del gruppo, ed in secondo luogo su quanto gli utenti siano già fidelizzati alla loro idea.
Una persona che ha già deciso di volere uno tra Rodotà o Imposimato come presidente non farà neanche caso alle altre figure nella foto. Così come chi vorrebbe nuovamente Pertini presidenti, se vengono proposti altri 8 politici del passato voterà comunque Pertini.

L’indagine risulta comunque interessante.
Sul gruppo dedicato a Marco Travaglio – e che conta ad oggi 22.485 iscritti – il giornalista torinese risulterebbe solo quarto, raccogliendo 45 voti, in una classifica guidata da Gino Strada (64), seguito da Rodotà (62) e Imposimato (56). Seguono la Gabanelli (23) Fo (14) e Montanelli (1 – sic!). Liboni non prende voti, ma per 6 utenti che si chiedono chi sia, solamente due danno la risposta rivelando la natura troll del post, ma non vengono assolutamente calcolati dalla totalità degli altri utenti.

Trovo molto interessante anche come si possa non conoscere Travaglio, essendo iscritti ad un gruppo a lui dedicato

non conosco il due

 

Nonostante la vittoria di Strada, una corrente simpatizzante di destra esce fuori palesemente in questo gruppo, dove non mancano commenti di questo tipo, lasciandoci dubbiosi sull’area politica “storica” in cui inserire il gruppo  (bisognerebbe poi spiegare che Strada, lavorando sul territorio, lavora con persone che sono comunitarie in casa loro)
strada coinvolto a favore degli immigrati

Nel post sul gruppo “MARCO TRAVAGLIO & PETER GOMEZ” (4898 utenti), che raggiunge 292 commenti (dati parziali, i commenti continuano anche dopo 5 giorni – ma con minore frequenza), è di Rodotà il successo con 55 voti, seguito a ruota da Strada (52) e Imposiato (46). Di nuovo quarto Travaglio con 39 voti, la Gabanelli prende 10 voti e Fo 7. Solo tre persone si chiedono chi sia Liboni, mentre non manca il voto a Montanelli.

A differenza del precedente gruppo però, molti si insultano e litigano – soprattutto sull’utilità di un meme del genere.
Tanti dicono che Travaglio purtroppo è giovane per fare il Presidente (quando in realtà ha appena compiuto 50 anni, età minima per l’eleggibilità), finché qualcuno – in preda alla cosiddetta agitazione da capslock –  spiega che Travaglio sarebbe eleggibile, ma sbaglia di 10 anni l’età (noi speriamo nell’errore di battitura).

 travaglio 60 anni

In entrambi i gruppi gli utenti si crucciano di non avere la possibilità di votare Mujica, presidente uruguaiano.

Nel gruppo “Ecco la vera denuncia ai partiti” (9765 iscritti), in 150 commenti ci sono pochissimi voti, ma gli utenti si concentrano sulla voglia di rinnovamento e sul bisogno di volti nuovi, slegati dalle logiche di sistema (compresa l’età eleggibile) e soprattutto dai poteri forti.

gino strada massoni

I pochi votanti di questo gruppo eleggono Imposimato (17) seguito da Strada (12) mentre Gabanelli e Rodotà insieme a 7, Fo e Travaglio a 2.
Questo gruppo sembra perfetto per pubblicizzare una teoria cospirativa più che un discorso politico vero e proprio.

Liboni e Montanelli è come se non esistessero in questa foto. Quello che conta qui è che sono tutti Massoni.

Per i più curiosi, in totale Strada prende 128 voti, Rodotà 124, Imposimato 119, Travaglio solamente 86 nonostante “giocasse in casa”.

Per avere conferma ulteriore del risultato proviamo a postare una variazione sul tema, in tutti e tre i gruppi.

presidenti morti

La variazione sul tema ci permette di fare una scrematura sulle “basi ideologiche” degli utenti. Ovvero sulla loro tendenza politica a prescindere dal momento attuale.

In “Marco Travaglio, grazie!” De Gasperi batte Mussolini di un solo voto, 41 contro 40. Seguono Togliatti con 28, Mazzini con 27, Almirante con 21, Giolitti 6, Craxi 5 e Andreotti 1.

In “MARCO TRAVAGLIO E PETER GOMEZ” il meme non piace, e in 46 commenti solamente 8 utenti votano. 7 per Mazzini e uno per De Gasperi.
Questo sembra essere il gruppo più serio dei tre – quantomeno quello in cui gli utenti non hanno voglia di “giocare” – e nonostante le scarse attenzioni date a Liboni nel post precedente, in molti protestano per quel “Bobo”, ricordando che Craxi padre si chiamava Bettino.

In “Ecco la vera denuncia ai partiti” la risposta sulla polarizzazione politica del gruppo è secca e non lascia dubbi: Mussolini primo con 25 voti, Almirante secondo con 11 voti, Mazzini terzo con 6. Tre voti per De Gasperi, uno per Giolitti. Nessuno per gli altri.

Il giorno dopo abbiamo provato a ripetere lo stesso gioco con personaggi al di fuori della politica, cercando di inserire vip di tendenza nel mondo social, e l’effetto è stato assolutamente diverso da quelli precedenti. Nonostante i molti commenti ci sono stati pochi voti, ma tanti insulti.

idolo dei social

Per i curiosi vince l’intramontabile Gianni Morandi, di cui ho scritto di recente qui su Tranelli.

Fortunatamente troviamo anche qualcuno abbastanza sveglio da capire, dopo due giorni, le intenzioni di Marika

 mauro castellino

Mentre qualcun’altro, forse involontariamente, ci strappa una risata

fiumara

Su “Ecco la vera denuncia ai partiti” invece il filone cospirazionista continua a regnare incontrastato, ma al riguardo speriamo che abbiate avuto il piacere di leggere il viaggio ai confini del complotto, qui su Tranelli.

pausini satanista

Vincitore assoluto dei sondaggi è comunque Sandro Pertini, centinaia di commenti in suo favore, in molti casi tantissimi utenti che si chiedevano perché non fosse stato menzionato nonostante la didascalia della foto lo spiegasse chiaramente, dimostrando ancora che i social vengono vissuti in maniera impulsiva, istintiva, i commenti vengono lasciati con foga e questo non permette di soffermarsi neanche a leggere due righe che accompagnano la foto.

Volendo fare delle indagini sulla risposta dei cittadini possiamo quindi orientarci grazie ad esperimenti simili, attuabili in ogni campo. Pensate come un partito politico potrebbe iniziare ad indagare sui candidati da proporre alla sua base senza il rischio di linciaggio mediatico. Ma pensate soprattutto allo scopo pubblicitario. I post delle pagine pubbliche, quando non vengono sponsorizzati, raggiungono una minima parte dei fan della pagina. Gli utenti di un gruppo invece, quelli assidui, sono soliti leggere e commentare qualsiasi link venga postato. E stiamo parlando di gruppi con migliaia di persone nei quali, riuscendo ad individuare la tendenza generale, avremo la possibilità di farci pubblicità gratuitamente e soprattutto di rendere virale un prodotto, che gli utenti condividono spontaneamente come vengono condivise quotidianamente milioni di foto “simpatiche”.
Inoltre, a differenza dei post sulle pagine pubbliche, la longevità e la durata in alto di un post è notevolmente più elevata: i commenti a questi post continuano dopo 5 giorni – un tempo decisamente lungo per la velocità di informazione a cui ci ha abituato la creatura di Zuckerberg.

Purtroppo le condivisioni dei meme qui riportati non sono contate nei gruppi come invece accade per le pagine, ma ce ne sono state a decine, e stiamo parlando di un semplice “gioco”.

Pensate da una semplice trollata quante cose posso sapere ora su questi gruppi.
Per la prossima trollata, o per la condivisione di un post del mio blog, o per un discorso politico, sociale, cospirativo, so benissimo su quale gruppo concentrare la mia attenzione.
Se per esempio avessi un prodotto da vendere – una indagine simile potrebbe essere utilizzata su gruppi ancora più popolati e aiuterebbe a stabilire il target per creare una clientela fidelizzata, laddove gli utenti risultino più malleabili e più aperti all’idea e più disponibili ad accettare una pubblicità – per quanto mascherata – senza bollarla come spam.
Così come svolgendo la stessa attività sul piano sociale si potrebbe entrare in quei gruppi in stile “sei di <nome di quartiere> se…” e capire se è il caso di installare in quel posto un centro per gli immigrati, evitando dal principio situazioni come quelle che si sono create in questi giorni a Roma in zona Tor Sapienza.
Certo sarebbero comunque indagini preliminari, ma aiuterebbero ad avere un’idea di partenza e una scrematura di base senza il minimo sforzo.

Piccola curiosità: lo sapevate che cliccando su “opzioni” potete girare la foto che avete postato in qualsiasi momento?

ha vinto mussolini

Avere dei fan oggi – il rischio della fidelizzazione dell’utente.

Qualche tempo fa ho creato il profilo falso di una suora.
E’ un fatto deprecabile, lo so.
Necessario però a capire come – soprattutto in quelle pagine dove tutti gli altri profili erano stati bannati – venissero recepite parole simili scritte da una donna, che è già un fattore discriminante in sé, e per di più una donna di Chiesa.
Poi un giorno, trovata una foto di Gianni Morandi vestito da nazista che rideva sulla tomba di Anna Frank (INTERNETZ!!!!) ho pensato di postarla sulla pagina del suddetto che proprio quel giorno aveva postato una scena di “In ginocchio da te” vestito da militare, in un commento in cui la distanza tra foto linkata e parole scritte doveva essere più netta possibile.

morandi suora

Una foto che avrebbe portato una marea di segnalazioni a qualsiasi altro profilo, probabilmente anche al ban definitivo del profilo. Ma… ehi ragazzi, è una suora a parlare!

suor sofia di nettuno e gianni morandi

E fino a qui tutto bene. Quello che volevo dimostrare era stato dimostrato, anche se in un ambiente virtuale completamente diverso da quelli che mi ero immaginato alla creazione del profilo. Poi all’improvviso è intervenuta una signora con un commento inaspettato

patrizia moraccini suor sofia

La signora Patrizia non è nuova a chi frequenta la pagina di Morandi. Insieme ad altre signore svolge una funzione di moderazione autogestita della pagina del cantante. Queste signore vanno a caccia di commenti fake, di troll, inveendo contro chiunque lasci commenti sgraditi. Spesso però le si può vedere prendere dei granchi, come quando Gianni parla del freddo e un ragazzo risponde con un modo di dire e loro… augurano la morte.

palumbo morandi

Ma la particolarità di queste fan è che spesso si accaniscono – senza fare domande né cercare informazioni maggiori sull’interlocutore – laddove invece Morandi risponde gentilmente e con garbo.

Carla Mantini Morandi

Eppure il profilo della signora Carla non lascia alcun dubbio di genuinità, perché quindi lasciare spazio a commenti da cyberbulle?
Quale meccanismo le porta a difendere ciecamente il loro beniamino? Ma soprattutto, questo atteggiamento sempre violento non rischia di far perdere fan a Gianni Morandi?

Sono andato a informarmi un po’ sullo stalking nei confronti degli uomini, scoprendo che è un fenomeno che ha colpito attori del calibro di Mel Gibson e Alec Baldwin.

A riguardo, un ex profiler dell’FBI, Clint Van Zandt, pare abbia detto “Celebrities today are exposed more, on social media and in an array of media outlets. Every celebrity Facebook and Twitter post removes a layer of safety and gives a stalker more opportunity to feel some connection with a celebrity.

Nello stesso articolo ho trovato la dichiarazione di Benita Roth, professoressa di sociologia presso l’università di Binghamton, New York: “Celebrity media has become so intrusive that celebrities have little privacy any more, making stalkers feel closer to the stars, and reality TV has devalued celebrity, making everyone feel that they are just a step from stardom and all they lack is a camera pointing at them.

Così, per testare le reazioni di queste fan scatenate senza però ledere la persona di ognuno ho scritto un commento a Morandi, chiedendo esplicitamente ma senza taggare nessuno, sapendo che tanto quel commento sarebbe stato monitorato come tutte le altre migliaia di commenti rilasciati ogni giorni sulla pagina artistica italiana probabilmente più seguita al momento. Purtroppo non ho avuto nessuna risposta da Morandi, ma queste reazioni da parte delle sue fan:

Gianni Morandi post mio1

In realtà cosa rodesse non me lo spiego neanche io, visto che le uniche a farsi rodere sono state loro.
La curiosità diventa complotto e/o rodimento per mancate soddisfazioni personali, perché il nostro idolo è perfetto e se qualcuno scrive qualcosa di diverso – e non la solita frase smielata, nostalgica, o in cui scrive che si opera/compie gli anni/gli nasce un figlio – è un invidioso, troll, sabotatore. Come se quando uno scrive che si muore di freddo sta per forza augurando la morte al gestore della pagina. Follia.

Col procedere della conversazione inizio a sentirmi come un nero dentro ad un autobus a Grotte Celoni:
gli altri non mi conoscono, non sanno nulla di me, ma solo per il colore della mia pelle, o perché alcuni miei simili sono troll, allora sono troll pure io.

Gianni Morandi post mio2

Dopo, ovviamente, nessuna risposta.

Il nervosismo delle signore nasce da alcuni fattori fondamentali che sono ricorrenti in rete:

  • L’ignoranza. Sia dei pericoli derivanti dallo stalking ai quali Morandi, per quanto genuino, non è immune. Sia dei termini inglesi specifici. Troll Hunter non è un’offesa, è un mestiere (anzi, mi pagasse a me qualcuno per farlo).
  • Il sospetto. E’ una particolarità tutta nostrana questa di vedere sempre il secondo fine dietro una domanda. La curiosità è un fattore demoniaco. La conoscenza è malvagia. Anzi, più argomenti le tue risposte più c’è qualcosa che stai tramando.
  • Il bisogno di esclusività. Morandi è loro possesso, e chiunque non vuole essere fan di Morandi come si deve se ne può andare verso altri lidi. E questo risulta in tantissimi commenti delle signore dove non si permettono gusti personali che vanno oltre Gianni, ma anzi si risulta deludenti al minimo dissenso.

    gianni morandi stella bianca

  • L’idolatria. La vita virtuale del nostro idolo deve essere studiata a memoria come i versetti del Vangelo

    gianni morandi clippini

Tutti questi fattori sono sempre stati presenti nei fan, ma quando ci si sposta sul mondo virtuale dove i vip cedono inevitabilmente ancora un altro pezzo di privacy, un controllo già stretto da parte dei fan si stringe ancora di più.

E si sfocia persino nel cyberbullismo. L’atteggiamento continuamente e sistematicamente aggressivo nei confronti degli altri utenti è probabilmente la situazione più vicina al cyberbullismo in cui mi sia mai trovato su Facebook(e di pagine pubbliche ne ho analizzate a centinaia). Il cyberbullismo è talmente palese che dopo quella diatriba altre fan di Morandi mi hanno contattato per dirmi che la mia polemica nei confronti di quel gruppetto era più che mai giustificata visto che sono state esautorate dal fan club per motivi futili, come le diverse attenzioni ricevute dal Morandi o normali dissensi tra persone, o di persone che hanno smesso di parlarsi per paura di essere cacciate anche loro dal fanclub. Di queste conversazioni non pubblicherò gli screenshot perché sono private e ho deciso di pubblicare solo ciò che è pubblico e visibile a tutti.

La pubblicità degli ambienti virtuali è un problema che gli immigrati digitali non riescono a mandare giù. E quando ci riescono la trattano come trattano i luoghi pubblici delle città italiane. Una specie di latrina a cielo aperto. Quando impareremo che se una pagina ha un milione di fan non ci possono essere 3-4 capi che decidono le linee di pensiero e comportamento per tutti gli altri e che su un milione di persone incontreremo centinaia di utenti pazzi, esaltati, stravaganti, troll o semplicemente ambigui?! Quando prendete la metropolitana alla mattina vi sentite circondati da persone perfettamente normali e in linea con le vostre abitudini comportamentali? Se sì, beati voi.

Questo atteggiamento tra l’altro non porta nessun beneficio al vip che sfrutta i luoghi pubblici di internet. Pensate al pazzesco rilancio che sta avendo la figura di Magalli dopo essere diventata completamente virale su Facebook dove gli utenti più giovani danno vita a veri e propri botta e risposta a suon di lol sul Giancarlo nazionale. Probabilmente per questi personaggi stare al gioco dei giovani, staccati da logiche di fanclub ormai passate, è l’unico modo per continuare a vivere come artisti nel paese. Soprattutto per chi come Morandi fa un ottimo Facebook, esaltato da tutti e che ha avvicinato tanti giovani al suo profilo per la semplicità con cui affronta la quotidianità unita ad una frequenza incredibile di interazioni affettuose con gli utenti, anche con quelli che cercano di prenderlo in giro.

Affettuosità che stride con l’aggressività delle sue fan-guardiane della pagina.

La fidelizzazione dell’utente resta una delle chiavi per il successo di una pagina pubblica, ma bisogna fare molta attenzione a come viene gestita e soprattutto a chi viene lasciata la libertà di interagire con tutti gli altri come se avessero più diritti degli altri. 
Bisogna sapere che di utenti “strani” se ne trovano, ma allo stesso tempo bisogna avere presente che una grossa frangia di giovani tra i 13 e i 30 anni cercano solamente un po’ di svago in rete, che probabilmente solo attraverso questo divertimento si entra veramente nel cuore degli utenti fino a fidelizzarli e realizzare la parte più difficile, quella di spiccare – per visite e interazioni – in un mare di pagine che col passare del tempo tende all’infinito, e nel quale la concorrenza è spietata.

La passionale fidelizzazione di pochi utenti che pensano di comandare – o di contare più degli altri – può allontanare la massa verso lidi più pacifici, meno pedanti, e in cui si è liberi di esprimersi senza rischiare il linciaggio mediatico per una parola fuori posto o, ancora peggio, mal compresa.